Attenzione
L’outlet della droga ora è sotto il campanile
Lo sconforto dei commercianti rimasti: «Stiamo lottando come leoni» La zona di degrado si è allargata: da Pier Cironi fino a via Santo Stefano
PRATO. Piazzetta Lippi dovrebbe stare a Prato come piazza della Sala sta a Pistoia. Eppure così non è, solo la loro origine di piazze del mercato alimentare è la stessa. Piazza Lippi è uno dei luoghi del centro storico di Prato che più ha stimolato negli anni passati la creatività di molti. Amministratori, associazioni di commercianti, architetti.
E' necessario tornare molto indietro per rivedere la piazzetta ospitare il mercato dell'ortofrutta. Ormai tutto quello che era si è ridotto a un banco di frutta e verdura, al pescivendolo che arriva tre volte a settimana e a un ambulante di abiti. E che Dio renda loro merito. Perché quando smontano, quel reticolo di strade si trasforma in un luogo di profondo degrado.
Dove però si continua a vendere. Peccato che il business sia quello della droga. I locali "etnici" sembrano avere ben poco di caratteristico eppure questo non significa che siano poco frequentati. Dalle 16,30 in poi arrivano persone, anche a decine, da mezza Toscana. Con i cellulari si chiamano, con le biciclette si spostano, con le mani si passano la droga. E lo fanno davanti a chiunque. Piazzetta Lippi, via Tintori, via Santo Stefano sono diventato il nuovo outlet toscano di hashish, cocaina, eroina. Da tempo, si dirà. Ma, con il passare del tempo, gli affari sembrano crescere e il mercato degli stupefacenti si allarga. Prima erano solo Pier Cironi e via Santa Margherita. Ora c'è un intero quadrante della città compreso tra la Stazione del Serraglio e piazzetta Lippi, all'ombra del Duomo diventato una zona franca. I pratesi sempre più spesso evitano di passarci e anche durante il giovedì del cittadino si preferisce andare in altre zone del centro. A presidiare sono rimasti una manciata di commercianti. Sempre più stanchi e sempre più impotenti. «Vorrei sapere cosa ci facciamo ancora qui», sbotta Patrizia Ferraboschi. Lavora nella gastronomia di famiglia da trent'anni. Donna mite ma di tempra dura. Non urla e, di fatto, non si arrende ma guardare fuori dal suo locale di leccornie per lei è come riaprire, ogni volta, una ferita. «La zona è mal frequentata. Affacciarsi è come vedere il negozio del fornaio. E' tutto un entrare e un uscire ma in quei fondi non si vende il pane. I clienti quando entrano da noi sono impauriti. E non lo dico solo per la presenza dei nigeriani, dove ormai è evidente arriva la droga, ma per tutti quei disgraziati che vengono a cercarla. Giovedì prima di apparecchiare per la cena organizzata dal giovedì del cittadino ho dovuto spostare un uomo con ancora il laccio emostatico al braccio».
Si vende droga. E si fa a botte. Si urla, si litiga, ci si prende a cazzotti. Nei bagni pubblici si collezionano overdosi continue. Per chi ci passa la zona non è pericolosa ma la sensazione di disagio è comunque oggettivamente fortissima.
Anche Domenico Salerno, titolare della "Mia Macelleria", è esasperato. «Ci stiamo battendo come leoni per salvare questa zona ma non riusciamo a farne di niente».
Qui nessuno la vuol buttare in politica. Sia chiaro. «Il sindaco Biffoni ha fatto di tutto», precisano sia Ferraboschi sia Salerno «ma il Comune non basta». «I vigili urbani - continua il macellaio - non possono far niente. Servirebbe un'attività di indagine vera, servirebbero poliziotti anche in borghese. Sarebbe necessario prendere gli spacciatori e arrestarli. Una, due, tre volte. Anche se li ributtano fuori è uguale ma almeno si renderebbe loro la vita difficile. Così non si può far altro che stare a guardare. Per quel che mi riguarda alla fine dell'anno faccio i conti e decido che fare. Ho troppa voglia di trasferirmi e di lasciare il centro, di lasciare questo posto».
Ma cosa fare per migliorare la situazione? Loro presidiano, ma la ricetta non possono averla. Chiedono che tutte le istituzioni facciano, insieme qualcosa. Chiedono di stare addosso ai locali etnici (che locali etnici non sono), di controllarli e anche chiuderli per motivi di sicurezza. Di ridurre la Ztl per riaprire il passaggio in via Tintori magari anticipando l'orario in cui è consentito l'ingresso. Di aprire spazi per i servizi pubblici come quando c'era il distretto dell'Asl. Organizzare iniziative sotto la bella tettoia Liberty (chi ricorda le cene di Slow Food?), incentivare l'acquisto di case nella zona magari potendo trasformare i fondi sfitti in garage, cantine e servizi per gli appartamenti in modo da rendere più comoda la vita in centro o addirittura organizzare dei mercatini dei prodotti a chilometro zero e stimolare, di nuovo, la creatività dei pratesi. L'importante è cominciare.
Ilenia Reali
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