La manifestazione
Incendio alla Teresa Moda, testimone indagato per falso
Il geometra dei fratelli Pellegrini è accusato di non aver detto il vero al pubblico ministero Gestri durante le indagini preliminari. E il giudice lo rimbecca in aula
PRATO. E' stata particolarmente sofferta la testimonianza del geometra Marco Ferrari al processo nel quale i fratelli Massimo e Giacomo Pellegrini sono imputati di concorso in omicidio colposo plurimo in relazione all'incendio della confezione Teresa Moda di via Toscana nel quale il 1° dicembre 2013 morirono sette operai cinesi. Durante l'udienza si è appreso che il geometra pratese è indagato in un procedimento connesso per false informazioni al pubblico ministero. In pratica, quando è stato sentito dal sostituto procuratore Lorenzo Gestri durante le indagini preliminari, rispondendo a una precisa domanda del magistrato, disse di non aver fatto un sopralluogo in un immobile della società Mgf (quella dei fratelli Pellegrini) in via Traversa del Crocifisso. Il problema, per lui, è che il sostituto Gestri aveva davanti agli occhi una relazione firmata dallo stesso geometra nella quale si dava contro proprio del sopralluogo da lui effettuato nell’immobile, dopo l’incendio di via Toscana. Il giudice Giulio Fanales gli ha chiesto perché avrebbe omesso di riferire informazioni utili ai fini dell’indagine (un reato che prevede pene fino a quattro anni di reclusione) e il geometra ha detto che sul momento non se n’era ricordato.
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Com’è intuibile, il clima in aula non è stato dei più favorevoli per il testimone, che in questo caso, essendo indagato in un procedimento connesso, era assistito dall’avvocato Gabriele Terranova. E in altri passaggi della testimonianza ci sono stati momenti di difficoltà. Ferrari ha spiegato di non essere mai entrato nella confezione di via Toscana prima del drammatico incendio del 1° dicembre 2013. Il giorno dopo fu incaricato dai fratelli Pellegrini (difesi da Alberto Rocca e Michele Nigro) di cercare la planimetria per individuare le uscite di sicurezza. Il geometra ha detto di aver verificato sulla carta e di aver visto due uscite, quella sul davanti e quella sul retro. In realtà secondo la Procura nessuna delle due era a norma perché la porta sul davanti si apriva verso l’interno e quella sul retro dava su una scala che portava sul tetto. Lo stesso geometra ha detto che comunque la distanza tra le due uscite non era a norma perché superiore ai trenta metri.
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L’esame del testimone è andato avanti non senza intoppi, tanto che a un certo punto il giudice Fanales è sbottato e gli intimato di concentrarsi. Gli hanno chiesto di altri sopralluoghi fatti in altri immobili della Mgf e sulle prime ha detto che erano a norma, ma anche su questo è stato rimbeccato perché nelle relazioni depositate agli atti si legge che in un caso le uscite di sicurezza erano ostruite dall’interno, in un altro dalla vegetazione esterna. Lui è sembrato dare la colpa agli affittuari anziché ai proprietari, che è poi una delle tesi difensive.La testimonianza si è conclusa senza ulteriori danni, ma per capire le difficoltà del dibattimento va ricordato che già in un’altra udienza il pubblico ministero aveva sollecitato la trasmissione degli atti in Procura per un testimone di uno studio professionale, apparso poco collaborativo.
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