Il Tirreno

Prato

Visite “tartaruga”, rimborsi a pochi

di Paolo Nencioni
Visite “tartaruga”, rimborsi a pochi

Una delibera regionale garantisce un bonus di 25 euro per le prestazioni fissate oltre i 15 giorni ma non tutti lo sanno

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PRATO. Tra bonus e malum c'è di mezzo una parola non detta e tanti soldi, la differenza tra quelli che ogni anno l'Azienda sanitaria chiede indietro ai cittadini che prenotano una visita specialistica e poi non si presentano (malum) e quelli che, avendo diritto al rimborso (bonus) perché la visita non è stata fissata nei tempi giusti, non lo chiedono, nella maggior parte dei casi perché non sanno di averne diritto. Il risultato è che ogni anno l'Asl 4 chiede a migliaia di utenti il pagamento del ticket per visite non fatte, mentre sono poche decine quelli che chiedono il bonus di 25 euro per visite fatte in ritardo. E' una questione di cui si parla poco, ma se tutti gli aventi diritto decidessero di chiedere il rimborso le casse dell'Asl andrebbero incontro a un esborso non facilmente quantificabile, certamente dell'ordine di alcune centinaia di migliaia di euro.

La procedura del "bonus malum" è stata introdotta nel 2006 su proposta dell'allora assessore regionale alla Salute Enrico Rossi con la delibera di giunta 143. Si prevedeva che per certe prime visite (cardiologica, ginecologica, oculistica, neurologica, dermatologica, ortopedica e otorinolaringoiatria) l'Azienda sanitaria dovesse fissare l'appuntamento entro 15 giorni. In caso contrario il paziente avrebbe avuto diritto a un rimborso di 25 euro. Se invece il paziente non si presentava, senza aver disdetto la visita almeno 48 ore prima, doveva comunque pagare il ticket. Era un modo, sostenne la Regione, per educare i cittadini a un corretto rapporto con la sanità pubblica.

Com'è andata a finire? Non bene. C'è da credere che all'inizio, sull'onda della novità, l'opportunità sia stata sfruttata, ma passando gli anni, molti si sono dimenticati che si poteva chiedere il rimborso, mentre le Asl non si sono dimenticate di far pagare il ticket a chi non si presenta a una visita fissata.

I numeri. Per rendersi conto della sproporzione tra privato dare e pubblico avere basta dare un'occhiata alle cifre fornite dall'Asl 4. Nel corso del 2014 sono state inviate 13.134 lettere in cui si chiede il ticket a chi non si è presentato e nello stesso periodo sono stati pagati 45 bonus a chi ha avuto la visita in ritardo. Cifre simili negli altri anni: nel 2012 furono inviate 14.688 lettere di "malum" e pagati 27 "bonus"; nel 2013 (8 mesi) 8.756 "malum" e 31 "bonus"; nel 2015 siamo a 4.300 "malum" e 12 "bonus". Come si vede, la sproporzione è enorme: per un bonus pagato nel 2014 ci sono 292 a cui è stato chiesto di pagare il ticket, per un bonus nel 2012, ci sono stati 544 malum. Potrebbe sembrare un segno di efficienza. Vale a dire, l'Asl è brava a fissare le visite specialistiche in tempo, mentre i pazienti sono distratti e non si presentano. Ma non è così. L'ultimo studio realizzato dalla Scuola superiore di Sant'Anna di Pisa sostiene che l'Azienda sanitaria di Prato nel 2014 ha fissato nei tempi giusti quelle sette visite specialistiche nel 32% dei casi (era il 38% nell'anno precedente, a Empoli e Livorno stanno anche peggio). E dunque due volte su tre l'utente ha atteso un tempo superiore a quello previsto nella famosa delibera del 2006. Si tratta di migliaia di casi, che hanno prodotto una manciata di richieste di rimborso. Perché?

Il cavillo sta in sette parole inserite al punto e) della delibera del 2006: "ove l'utente intenda avvalersi di questa possibilità". Cioè, l'operatore del Centro unico di prenotazione (Cup), quando fissa una visita oltre i tempi previsti non è tenuto, secondo l'interpretazione corrente data dalle Aziende sanitarie, ad avvertire l'utente che c'è questa possibilità. Deve essere l'utente a farlo presente. Se non lo fa, problemi suoi. E molti ovviamente non lo sanno. O non hanno voglia di imbarcarsi in una procedura di rimborso che comunque costa tempo. Ecco svelato il mistero.

«A suo tempo fu fatta pubblicità di questa norma sia a livello regionale che aziendale - spiega la dottoressa Lucia Carlini, dirigente del Dipartimento amministrativo dell'Azienda sanitaria di Prato - Ci sono anche cartelli e avvisi sul nostro sito web. E d'altra parte la norma dice che il rimborso è su richiesta. Dunque…". Ma la dottoressa Carlini non vuole nascondersi dietro a un dito. «Il problema è ben presente sia in Regione che nell'azienda» dice. E allora, perché il diritto al rimborso sia sostanza oltre che forma, basterebbe dare disposizione agli operatori del Cup di informare i cittadini quando prenotano. Ma questo, va da sé, esporrebbe al rischio di dover sborsare un sacco di soldi. E dunque per ora resta tutto così com'è.

L'impressione è che nel 2006 si sia fatto il passo più lungo della gamba, per almeno due motivi. Il primo e più importante, è che allora come ora le Aziende sanitarie non avevano e non hanno i mezzi per garantire le sette visite in quei tempi. Il secondo è che forse certe prestazioni non sono poi tanto urgenti. Resta il fatto che quello della Regione si è dimostrato un progetto ambizioso. E allora i casi sono due: o si decide di modificare quella delibera, oppure fino a quando rimarrà in vigore sarebbe corretto che gli operatori del Cup informassero i cittadini al momento della prenotazione.

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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