Il Tirreno

Prato

Profughi-volontari, ecco le loro storie

di Cristina Orsini
Profughi-volontari, ecco le loro storie

Sei migranti hanno preso servizio ieri, vengono dal Ghana, Senegal e Pakistan, sfuggono dal terrorismo, povertà, violenza

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PRATO. Paesi diversi, problemi identici: povertà, violenza, terrorismo, guerra. E un viaggio che li accomuna: un percorso lungo e difficile per raggiungere la Libia e imbarcarsi, finalmente, su un barcone con la speranza se Dio vuole, di arrivare dall'altra parte, sulle coste italiane. I sei profughi che ieri, hanno iniziato a lavorare come volontari (due giorni la settimana, per tre ore, poi toccherà ad altri 14 a rotazione), raccontano le loro storie. Quattro ghanesi, Ofori Baffose, 35 anni, Richard Mensa, 21 anni, Daniel Mogane, 20 anni, Patrik Boateng, 29 anni, svolgono attività di volontari per il Comune, ripulendo le piste ciclabili. Arrivano puntualissimi alle 15, accompagnati da Sergio Psaltis della Cooperativa Pane &Rose e da Marina Morganti della Coop 22. Infilano i giubbetti arancioni e iniziano l'attività sotto lo sguardo del vicesindaco Simone Faggi.

Sono fuggiti dal Paese di origine per questioni religiose (Ofori che è cristiano), per le violenze subite (Richard), per problemi familiari, di sopravvivenza (Patrik) e per sfuggire all'enorme precarietà dell'area (Daniel). Sono arrivati in Italia tra settembre e ottobre 2014, fanno ancora fatica a parlare italiano anche se frequentano i corsi che le cooperative che gestiscono l'accoglienza, organizzano. «Ho attraversato in auto Burkina Faso, il Niger, fino alla Libia, poi mi hanno fatto salire su una barca e abbiamo affrontato la traversata». Molti di loro negano di aver pagato alcunché per approdare in Sicilia. Patrik invece racconta di aver prima sborsato 100 dollari a chi gestisce il traffico di uomini, poi altri 500 per il viaggio sul barcone. «Mi hanno fatto salire a forza - dice il giovane Richard -per questo non ho pagato nulla». Molti di loro - in patria erano agricoltori, un saldatore, un muratore - hanno fatto il viaggio lungo l'Africa centrale a tappe, in auto, stipate, fermandosi e lavorare per racimolare qualche soldo e continuare. Questo è il caso di Ibrahim, 34 anni, senegalese che svolge attività nel circolo Arci Ballerini a Mezzana. Pulisce il saloncino al primo piano: il grande specchio e il pavimento. E' tutto lindo. Nel suo Paese ha lasciato una moglie e due bambini piccoli, lui, però è dovuto scappare: persecuzioni religiose, spiega in francese e poche parole di italiano, fatta da musulmani su altri musulmani. E' arrivato a Tripoli e si è messo a lavorare per guadagnare i soldi necessari per la traversata. Ma è stato arrestato: «Dormivo - racconta - la polizia mi ha carico e portato in galera. Ci sono rimasto due mesi». Non racconta il trattamento, ma si può immaginare. Quando è uscito il primo barcone che ha visto in partenza ci è montato sopra. la sola via di salvezza. Infine c'è Qasim Ali Shah, 26 anni pakistano al suo primo giorno di lavoro all'Emporio Caritas, accompagnato da Nadia della Cooperativa Astir e accolto da Folco, magazziniere dell'Emporio. Qasim non parla una parola d'italiano, solo inglese, ma si fa capire bene: è fuggito dal terrorismo, nel suo villaggio a est del Paese, ha lasciato due fratelli e la sua mamma. Impossibile per lui restare. E' arrivato il Libia poi sul barcone. «Ora sono qui - dice - e voglio restare. Mi hanno trattato tutti bene». E' la sua seconda possibilità di vivere.

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