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Sono fuggiti da povertà e violenza, ecco le storie dei profughi-volontari
Prato, in sei, quattro ghanesi, un pakistano, un senegalese, hanno iniziato oggi, lunedì 22 giugno, il lavoro volontario per il Comune con la ripulitura delle piste ciclabili, per Caritas nell'Emporio e per Arci nel circolo Ballerini. Il vicesindaco Simone Faggi: "Non è un'attività "spot" proseguirà nel tempo"
PRATO. Paesi diversi, problemi identici: povertà, violenza, terrorismo, guerra. E un viaggio che li accumuna: un percorso lungo e difficile per raggiungere la Libia e imbarcarsi, finalmente, su un barcone con la speranza, se Dio vuole, di arrivare dall’altra parte, sulle coste italiane.
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I sei profughi che oggi, lunedì 22 giugno, hanno iniziato a lavorare come volontari (due giorni la settimana, per tre ore, poi toccherà ad altri 14 a rotazione), raccontano le loro storie. Quattro ghanesi, Ofori Baffose, 35 anni, Richard Mensa, 21 anni, Daniel Mogane, 20 anni, Patrik Boateng, 29 anni, svolgono attività di volontari per il Comune, ripulendo le piste ciclabili. Arrivano puntualissimi alle 15, accompagnati da Giorgio Psaltis della Cooperativa pane &Rose e da Marina Morganti della Coop 22. Infilano i giubbetti arancioni e iniziano l’attività sotto lo sguardo del vicesindaco Simone Faggi: “Questa attività non sarà lo spot di un giorno – dice – proseguirà perché è una forma di accoglienza nella quale i profughi ricambiano, come possono, ciò che ricevono dalla nostra comunità”.
Sono fuggiti dal Paese di origine per questioni religiose (Ofori che è cristiano), per le violenze subite (Richard), per problemi familiari, di sopravvivenza (Patrik) e per sfuggire all’enorme precarietà dell’area (Daniel). Sono arrivati in Italia tra settembre e ottobre 2014, fanno ancora fatica a parlare italiano anche se frequentano i corsi che le cooperative che gestiscono l’accoglienza, organizzano. “Ho attraversato in auto Burkina Faso, il Niger, fino alla Libia - racconta Patrik - poi mi hanno fatto salire su una barca e abbiamo affrontato la traversata”. Molti di loro negano di aver pagato alcunché per approdare in Sicilia. Patrik invece racconta di aver prima sborsato 100 dollari a chi gestisce il traffico di uomini, poi altri 500 per il viaggio sul barcone.
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“Mi hanno fatto salire a forza - dice il giovane Richard -per questo non ho pagato nulla”. Molti di loro – in patria erano agricoltori, un saldatore, un muratore - hanno fatto il viaggio lungo l’Africa centrale a tappe, fermandosi e lavorare per racimolare qualche soldo e continuare. Questo è il caso di Ibrahim, 34 anni, senegale che svolge attività nel circolo Arci Ballerini a Mezzana. Pulisce il saloncino al primo piano: il grande specchio e il pavimento. E’ tutto lindo.
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Nel suo Paese ha lasciato una moglie e due bambini piccoli, lui, però è dovuto scappare: persecuzioni religiose, spiega in francese e poche parole di italiano, fatta da musulmani su altri musulmani. E’ arrivato a Tripoli e si è messo a lavorare per guadagnare i soldi necessari per la traversata. Ma è stato arrestato: “Dormivo – racconta – la polizia mi ha carico e portato in galera. Ci sono rimasto due mesi”. Quando finalmente è uscito, il primo barcone che ha visto in partenza ci è montato sopra. L'unica via di salvezza. "Si vede che è un bravo ragazzo" dice il vicepresidente del circolo Domenico Pagliai che lo segue durante l'attività.
Infine c’è Qasim Ali Shah, 26 anni pakistano al suo primo giorni di lavoro all’Emporio Caritas, accompagnato da Nadia della Cooperativa Astir e accolto da Folco, magazziniere dell’Emporio. Qasim non parla una parola d’italiano, solo inglese, ma si fa capire bene: è fuggito dal terrorismo, nel suo villaggio a est del Paese, lì ha lasciato due fratelli e la sua mamma. Impossibile per lui restare. E’ arrivato il Libia poi sul barcone. “Ora sono qui – dice – e voglio restare. Mi trattano tutti bene”. E’ qui la sua seconda chance di vivere.
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