Il Tirreno

Prato

Indagati i vertici di Bank of China

Mario Neri

Sono accusati di aver “ripulito” il denaro provento di attività illegali e non anche di Prato

2 MINUTI DI LETTURA





PRATO. Anche loro facevano da palo per “ripulire” i soldi della mafia cinese. Anzi da filtro. Perché sminuzzavano gli importi, ne nascondevano provenienza e destinazione. Sapevano da dove arrivavano i profitti, dai capannoni dormitorio di Prato, dal giro della prostituzione, dallo sfruttamento della manodopera, da contraffazione e evasione alimentata con attività illegali in tutta Italia ma si guardavano bene da lanciare gli allerta a Bankitalia. La procura antimafia di Firenze, e la Finanza, non hanno dubbi: quasi la metà dei quattro miliardi e mezzo trasferiti in Cina dal 2006 al 2010 in una delle più imponenti operazioni di riciclaggio è passata dalle mani dei vertici italiani della Bank of China. Per questo nel fascicolo «Cian Liu» (fiume di denaro) aperto anni fa da Pietro Suchan sono finiti anche i dirigenti della filiale milanese.Un colpo al cuore del gigante finanziario della Repubblica popolare. Il direttore Yang Xuepeng e i suoi vice Cao Fan, Ye Jian Peng e Ngni Fu Yu sono indagati per riciclaggio e accusati di aver assecondato, in cambio di oltre 700 mila euro di commissioni, la rete di money transfer Money2Money che in quattro anni era riuscita a far affluire in Cina una mole di denaro paragonabile all’Imu versata dagli italiani nel 2013. Appunto 4,5 miliardi. L’indagine conta quasi 300 indagati e ora, passata nelle mani del pm Guido Monferini, è in dirittura di arrivo. Ai vertici del sistema imprenditori italiani e cinesi, soprattutto pratesi. Uomini che si muovevano come un clan, e che per rastrellare rimesse dagli imprenditori del Macrolotto o da connazionali di Milano, Bologna, Genova o Napoli utilizzavano minacce e intimidazioni. All’inizio si pensò che il via vai di valigette piene di contanti portate nelle filiali locali di Money2Money fosse l’unica l’unica traccia da seguire per scovare il traffico di denaro. L’agenzia ripuliva i soldi con la tecnica dello smuffing, lo sminuzzamento delle transazioni attuato per evitare i controlli. Oggi si sa che 2,2 miliardi sarebbero passati dalla Money2Money alla Bank of China e da lì inviati a destinatari sconosciuti del Dragone in violazione della normativa antiriciclaggio. Secondo le accuse, le somme venivano “spacchettate” sotto un soglia del limite massimo esportabile (100 mila euro annui) coperti da prestanome. Non solo. I complici della Bank of China non avrebbero mai informato Bankitalia ma inviato a via Nazionale solo «generici Sos». Ora la Bank of China nega di aver violato la legge, ma anch’essa è indagata per illecito amministrativo. Gran parte del denaro riciclato e spedito in Asia sarebbe stato utilizzato per acquistare prodotti contraffatti da esportare in Europa. «Ma nonostante le richieste, la Cina non ci ha fornito collaborazione, per ora dunque – dice Suchan – abbiamo scoperto solo il 50% della verità».

Non lasciare decidere l'algoritmo:

scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google

Cronaca flash

Gioco

Superenalotto, i numeri vincenti di oggi – Jackpot da 41,9 milioni di euro

di Redazione web