Sicurezza
Profughi in Toscana: venti eritrei se ne vanno dal centro di accoglienza
Erano arrivati a Prato pochi giorni fa ma la loro meta era il Nord Europa. Il maltempo rallenta l’ondata migratoria ma l’emergenza prosegue
Ci sono 3500 (dati Anci) profughi ospitati in Toscana. In appartamenti, piccole strutture di accoglienza gestite dal coordinamento tra Comuni, Prefetture, associazioni. Ma ci sono anche i profughi che arrivano e se ne vanno, che continuano la loro fuga verso altri paesi soprattutto del Nord Europa. Se ne vanno con mezzi di fortuna, salendo su un treno e nascondendosi al passaggio del controllore, trovando un posto su un autoarticolato, usando i mezzi pubblici cercando di sfuggire all’attenzione, rimanendo ancora clandestini. Questi fuggitivi - di solito originari di Somalia, Etiopia, Eritrea, Sudan e Palestina - fuggono con un progetto: non vogliono rimanere in Italia, vanno a cercare una vita migliore in nazioni europee dove hanno amici o parenti partiti prima di loro e riusciti a costruire una nuova vita.
L'ultima fuga di un gruppo di venti eritrei assegnati a una struttura in provincia di Prato risale a pochi giorni fa. Lo conferma Simone Faggi, vicesindaco e assessore al sociale del Comune di Prato. «I venti eritrei erano arrivati tra sabato e domenica della scorsa settimana. Se ne sono andati quasi subito. Non è una novità, è successo altre volte: è evidente che il percorso migratorio di molti fuggitivi che arrivano in Toscana esclude l'Italia ma ha mete già prefigurate nei paesi del Nord. Constatarlo è facile: basta andare nei centri di accoglienza nella nostra regione. La composizione dei gruppi ospitati è ricorrente: i profughi vengono da Senegal, Nigeria, Mali, Gambia, dall'Africa sub sahariana in genere. Sono i veri profughi, quelli che scappano dalla guerra. E che continuano a fuggire anche perché la sanatoria italiana del 2012 sull'immigrazione, a seguito dei primi flussi massicci sempre dalla Libia nel 2011, è stata un messaggio chiaro di accoglienza. Gli altri, in prevalenza etiopi, eritrei, somali vogliono solo transitare dall’Italia».
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Un'immigrazione a due binari, a due velocità. Ecco perché si fa sempre più sentire la necessità di regolamentare con norme certe e condivise dai paesi del vecchio continente la gestione della presenza e dell'affluenza dei profughi. Lo dice il vicesindaco pratese Faggi, ma lo dicono anche altri "addetti ai lavori": amministratori, volontari, quelli che ogni giorno sono a contatto con situazioni così difficili e complicate come quelle dei migranti.
Negli ultimi giorni gli sbarchi sono rallentati. Li ha rallentati il maltempo, ma si tratta - secondo gli osservatori - di un calo di flussi temporaneo. Come spiega il dottor Fabrizio Stelo, capo di gabinetto della prefettura di Firenze guidata da Luigi Varratta, capofila per la Toscana in fatto di gestione dell'immigrazione. I sei-settemila arrivi annunciati in Toscana non si sono verificati, almeno per ora. «Non ha molto senso - spiega Stelo - dare cifre in anticipo. Le notizie giungono direttamente da Roma, dal ministero dell'Interno, via via che si assiste a nuovi sbarchi. Da lì poi i migranti vengono distribuiti nelle diverse regioni. Noi siamo l'ultimo anello di tutto il sistema, veniamo chiamati al momento dell'emergenza». Anche Stelo sottolinea il vuoto normativo per la gestione degli immigrati che arrivano in Italia ma non vogliono rimanerci. «Non conosciamo ad oggi la procedura per il visto europeo. E' uno degli argomenti in discussione a Bruxelles. In questa situazione di vuoto tutto rimane fermo» sottolinea.
E così succede, paradossalmente, che i migranti in fuga il più delle volte dalla guerra e dell'orrore, giunti in Italia si trovano prigionieri di se stessi, della legge che non c'è. Come spiega Diego Martini, attivo nel Gvai (gruppo volontari aiuto immigrati) di Lucca. «Sul nostro territorio provinciale abbiamo accolto undici uomini provenienti dagli ultimi sbarchi, ne avevamo già venticinque dal Bangladesh. Siamo riusciti a trovare due nuovi appartamenti, uno a Lucca e uno a Porcari. Gli ospiti sono tutti uomini, hanno alle spalle storie di sofferenza. Una volta in Italia però, in attesa del permesso di soggiorno per asilo politico non possono fare niente, né lavorare né frequentare corsi eccetto che di lingua italiana. E questa situazione, in attesa che la commissione che concede i permessi prenda in esame il singolo caso, può andare avanti per mesi».
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