Il Tirreno

Prato

il caso

Il bar In Vaj chiude, i dipendenti ne rimangono “prigionieri”

di Maria Lardara
I lavoratori del bar "In Vaj"
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I lavoratori del bar "In Vaj"

Devono ancora riscuotere quattro mensilità e non possono chiedere l’indennità di disoccupazione perché non è stata attivata la procedura di licenziamento

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PRATO. La sera del primo marzo gli hanno mandato un sms per avvisarlo che dal giorno dopo avrebbero tenuto chiuso per ferie per una settimana. Poi quella settimana è diventata un mese, finché siamo arrivati al 6 maggio e dello stipendio nemmeno l’ombra. Come Davide Gelli, si trovano nella stessa situazione altri otto ex dipendenti del bar “In Vaj” di via Pugliesi. “Ex” si fa per dire. Sì perché, secondo quanto raccontano Davide Gelli e i suoi colleghi Jessica Bloisi, Enrica Gamba, Francesco Barbera e Giulia Vieri (all’appello ne mancano altri quattro tra cui una ragazza in stato interessante), in teoria il personale figurerebbe ancora legato alla società che gestisce il bar, “Insieme srl”, che nel gennaio 2014 ha raccolto il testimone del precedente gestore. Nella pratica, ci sono nove lavoratori, nella maggior parte dei casi inquadrati a tempo indeterminato che da gennaio non riscuotono più e che da un giorno all’altro si son ritrovati col bandone tirato giù del locale in cui lavoravano.

«Dopo una settimana – raccontano i lavoratori - siamo stati convocati a casa di un socio per firmare un foglio di ferie “forzate” dopodiché non abbiamo saputo più nulla: tecnicamente, il locale avrebbe dovuto riaprire il 9 marzo. Il 30 aprile abbiamo avuto la batosta: ci hanno comunicato la loro decisione di chiudere la società e di avviarsi verso il fallimento, invitandoci a reclamare i nostri soldi all’Inps». Oltre al danno, la beffa dal momento che, non avendo ricevuto le lettere di licenziamento, i lavoratori non possono nemmeno chiedere all’Inps l’indennità di disoccupazione (Naspi). Alcuni di loro, come Enrica e Francesco, si sono rivolti alla Cgil.

«In questi casi però l’istituto previdenziale paga il Tfr e soltanto tre mensilità. Una soluzione potrebbe essere chiedere all’azienda le dimissioni per giusta causa con denuncia all’ispettorato del lavoro, in modo da non perdere l’ammortizzatore sociale. E se qualcuno come Enrica, la cuoca, proverà a percorrere questa via, qualcun altro invece si è mosso per vie legali proprie ricorrendo a un decreto ingiuntivo per avere le sue spettanze. Come Davide, maestro barista l’unico dei nove che ha visto quel locale nascere e morire. «L’unica informazione che abbiamo è che il locale non andava male – proseguono i dipendenti - ma che ci sono stati dei problemi a livello societario: l’amarezza più grande è il modo in cui ci hanno liquidato senza tenere conto delle nostre situazioni personali. Ora che la bella stagione è avviata trovare un’alternativa diventa difficile».

In mezzo a tante incognite, l’unico dato che appare certo è che nei rapporti fra i cinque soci (fra loro due lavoratori del bar con una quota al 5%) le acque erano agitate dal dicembre scorso con un ipotetico passaggio di quote societarie mai formalizzato.

Come i lavoratori, anche noi del Tirreno, per avere una risposta, abbiamo provato a contattare il presidente del consiglio di amministrazione ma senza riuscirci.

 

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