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Prato

Arrestati i titolari della catena Stefan

Arrestati i titolari della catena Stefan

Bancarotta e frode: Giuseppe Videtta e la figlia Stefania ai domiciliari Secondo l’accusa avrebbero distratto beni dell’azienda per 10 milioni di euro

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PRATO. Il crac del gruppo Stefan è stato doloso e pilotato. Questa l’accusa che ha portato il Nucleo di polizia tributaria della Guardia di Finanza di Prato, dopo una complessa indagine denominata “Zio Zero” durata un anno, ad eseguire ieri mattina all’alba una serie di perquisizioni nelle case dei due ex amministratori della catena di negozi: Giuseppe Videtta, 58 anni e la figlia Stefania di 36. Significative alcune tecniche tramite le quali, secondo gli inquirenti, sarebbero avvenute le pesanti distrazioni di denaro. Gli incassi reali non combaciavano con i versamenti in banca. E la differenza, per una cifra accertata di 3 milioni di euro, finiva sui conti in banca dei titolari. Ma non solo. In alcuni negozi sarebbero state imposte dai vertici dell’azienda alcune casse in nero, che non registravano gli acquisti, grazie alle quali sarebbero stati sottratti altri 6 milioni.

Ora Giuseppe e Stefania Videtta si trovano agli arresti domiciliari nella loro casa della provincia di Pistoia, accusati del reato di bancarotta fraudolenta e frode fiscale. Misura cautelare disposta dal gip del tribunale di Prato Silvia Isidori, su proposta del procuratore facente funzione Antonio Sangermano. Il gip ha disposto anche il sequestro preventivo destinato alla confisca per beni equivalenti a 10 milioni di euro. Oltre ai Videtta, sono indagati a vario titolo altre 8 persone, tra cui due imprenditori e sei professionisti, compresi i componente del collegio sindacale dell’azienda, che seconda l’accusa avrebbe omesso di controllare i bilanci e di segnalarne le numerose irregolarità. sono indagate a vario titolo. Perquisizioni si sono svolte, oltre in quattro province: Prato, Pistoia, Firenze e Bologna. Alla base dell’inchiesta sulla società di grande distribuzione, che oggi si trova in amministrazione straordinaria, c’è l’accusa di aver causato uno stato passivo di oltre 150 milioni di euro attraverso il “saccheggio” di beni aziendali di una società che aveva, prima della dichiarazione dello stato di insolvenza, 70 punti vendita e 700 dipendenti distribuiti per lo più in Toscana, ma anche in Liguria, Emilia Romagna e Lazio.

Le indagini di polizia giudiziaria sono partite da alcune segnalazioni, fra cui quella decisiva della Banca d'Italia relative a movimenti sospetti sui conti bancari degli indagati. Inoltre, sono state raccolte testimonianze dirette e disposte intercettazioni telefoniche. Importante anche l’accurato lavoro di analisi contabili sui bilanci e i movimenti di denaro dell’azienda. Contemporaneamente sono partite anche verifiche fiscali e contributive nei confronti delle società coinvolte (parte delle risorse distratte sarebbero andate ad alimentare una seconda società) per violazioni tributarie e previdenziali (omesso versamento dell’Iva e dei contributi previdenziali dei dipendenti) pari a oltre 33 milioni di euro.

Come hanno spiegato i comandanti della Finanza Gino Reolon e Bruno Baldini, le indagini delle Fiamme gialle pratesi hanno preso le mosse, tra le altre cose, anche da una serie di segnalazioni della Banca d'Italia relative a movimenti sospetti sui conti bancari degli indagati.

Partendo da questo e attraverso una serie di accertamenti tecnici ma anche di intercettazioni e dichiarazioni di testimoni, gli inquirenti sono arrivati al convincimento che il crack di Stefan è stato deciso a tavolino dai Videtta in modo da poter reimpiegare i capitali in altre attività commerciali. Una sorta di "autoriciclaggio" come hanno sottolineato il procuratore Antonio Sangermano e il colonnello Reolon, facendo credere all’esterno che l’azienda fosse più in crisi e decotta della realtà. Il tutto per poter investire il denaro in una nuova attività nascente. Per questo motivo il gip Silvia Isidori, oltre a firmare le ordinanze di custodia cautelare, ha disposto il sequestro preventivo finalizzato alla confisca di beni per circa 10 milioni di euro.

«Un deliberato svuotamento delle casse della società consideraldola decotta, per poter investire su altre attività - ha detto il procuratore Sangermano - Un meccanismo che avvelena il tessuto socio-economico della città».

Stefan srl è stata dichiarata fallita dal tribunale di Prato nel 2013: dal 28 giugno dello stesso si trova in amministrazione straordinaria con un curatore fallimentare nominato dal ministero dello Sviluppo economico. Mentre una prima udienza sullo stato passivo si è svolta a maggio dello scorso anno, l’11 giugno prossimo si terrà in tribunale a Prato una cosidetta udienza “tardive”, che servirà anche a molti dipendenti dei vari punti vendita ancora in attesa del tfr e di altre spettanze.

Francesco Albonetti

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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