Sicurezza
«Fili elettrici volanti e l’idrante antincendio che non funzionava»
Il consulente per la sicurezza racconta il suo sopralluogo Ecco perché scrisse “schiavi” accanto a Teresa Moda
PRATO. Sulla scheda con cui doveva ricordarsi le condizioni degli impianti e della sicurezza dell’azienda Teresa Moda il perito industriale e consulente per gli impianti elettrici e antincendio, Federico Baldesi, aveva scritto “Nb: schiavi” e “disastrati”. Due sole parole a fianco della mappa del capannone di via Toscana dove il primo dicembre del 2013 hanno perso la vita sette lavoratori. Due parole di cui il tecnico, titolare di uno studio associato a Pistoia e chiamato a collaborare con lo studio di commercialisti Rosini di Prato, ha approfondito il significato in aula, durante il processo che vede imputati Massimo e Giacomo Pellegrini, proprietari attraverso una loro immobiliare del capannone.
Baldesi, chiamato dal Alessandro Baldi dello studio Rosini, è il 7 aprile del 2010 quando si presenta al Macrolotto. Prima nell’azienda in cui si vendono gli abiti, in via Val d’Aosta, poi in via Toscana dove c’è la produzione. E’ accompagnato da un cinese di cui non sa il nome ma che parla italiano. E’ un uomo e non sa dire quale fosse il suo ruolo.
Baldesi se ne esce fornendo una serie di “consigli” e di “adeguamenti necessari” all’azienda (all’epoca non si chiamava ancora Teresa moda) ma ha chiaro che la situazione è molto grave. E lo capisce fin dal primo momento. «La porta era chiusa dall’esterno», ha raccontato davanti al giudice Fanales incalzato dalle domande del pm Gestri e degli avvocati di parte civile e della difesa. «La persona che mi accompagnava - ha detto - ha aperto il lucchetto, si è fatta riconoscere e dall’interno ho sentito come se anche loro aprissero. Quando sono entrato l’attività era in corso e c’era circa 7-8 persone che lavoravano. Ho avuto subito la sensazione di una situazione drastica dal punto di vista della sicurezza: il capannone era angusto, buio e non c’erano uscite di sicurezza. C’era inadeguatezza delle norme basilari di sicurezza».
Durante la testimonianza Baldesi ha descritto la dislocazione del magazzino riferendo di “mozziconi di sigarette sparsi ovunque” “di persone che fumavano” e riferendosi all’impianto elettrico “di fili volanti e abbassati sopra le macchine da cucire sotto la misura di sicurezza».
Ma non solo Baldesi si è detto sicuro che non ci fosse “alcun impianto a terra” e che non ci fosse acqua «per far funzionare l’idrante dell’antincendio».
Un punto su cui si sono soffermati anche gli avvocati della difesa, Alberto Rocca e ... perché nella relazione stilata per il sopralluogo e inviata al pronto moda , l’allora J&M, non si faceva menzione dell’anticendio per la parte di via Toscana ma solo per quella di via Val d’Aosta.
Il testimone ha comunque garantito di ricordare di aver verificato la funzionalità dell’impianto e di essere certo che «no, non funzionasse».
Dalla testimonianza di Baldesi emerge l’impotenza di forzare comunque per la messa in sicurezza dei capannoni dal momento che «era il titolare dell’azienda ad avere la responsabilità della certificazione di rischio» e anche a una sorta di consuelnze in serie per queste aziende anche se, ha più volte ripetuto il testimone, «in via Toscana la situazione era particolarmente critica tanto che, probabilmente per la consapevolezza dello stato dei luoghi, non mi fu consentito di fare fotografie come invece ero solito fare».
Una testimonianza legata a tre anni prima dell’incendio dal momento che nella documentazione prodotta per il 2012 (per il passaggio da un’azienda all’altra) Baldesi non andò personalmente a verificare le condizioni fidandosi del professionista dello studio di commercialisti pratesi che gli fece sapere «stai tranquillo, non è cambiato niente».
Ilenia Reali
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