Il Tirreno

Prato

Quelle condanne sommarie che fioriscono sui social

di Paolo Nencioni

Il caso delle insegnanti accusate di maltrattamenti su un bimbo disabile ripropone la questione dei giudizi affrettati e superficiali. Ogni indagato è innocente fino alla sentenza

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PRATO. Chi viene iscritto nel registro degli indagati o riceve un avviso di garanzia non è automaticamente colpevole del reato di cui lo si accusa. La scoperta dell'acqua calda, si dirà, ed è vero. Ma giova ricordare questo principio che sta alla base del nostro sistema di procedura penale perché sempre più spesso fioriscono, soprattutto su Facebook, commenti che sembrano ignorarlo del tutto. E danno la stura a processi e condanne sommarie, conditi con insulti irripetibili e del tutto ingiustificati.

L'ultimo esempio è la vicenda che vede indagate due maestre e un'insegnante di sostegno di una scuola materna comunale con l'ipotesi di maltrattamenti nei confronti di un bambino disabile. Da quando la notizia è stata pubblicata, domenica, si è accumulata sulle diverse pagine Facebook dei siti d'informazione una valanga di offese e giudizi definitivi campati sul poco che si sa dell'inchiesta. Anzi, quanto meno se ne sa, tanto più paiono definitive le convinzioni. E' uno sbaglio madornale, la conferma che i principi del diritto penale dovrebbero essere insegnati di più e meglio nelle scuole.

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Per la maggioranza dei commentatori le maestre sono già colpevoli e meritevoli di condanna, perché hanno maltrattato un bambino disabile. Invece non è così. La madre le accusa di aver fatto qualcosa del genere e il magistrato le ha iscritte nel registro degli indagati. Come si vede è una cosa molto diversa. Di fronte a questi fatti, qualcuno si è augurato la loro morte, un altro lo stupro, altri ancora cento frustate oppure olio di ricino. E quasi nessuno che si nasconda dietro l'anonimato: sono commenti con nome e cognome. Possibile che non si percepisca la sproporzione tra un'ipotesi (ripetiamo: ipotesi) di reato e queste enormità? Possibile. Altro discorso per i nomi. Molti chiedono perché non pubblichiamo i nomi. C’è chi ha accusato persino il Tirreno di non mettere i nomi perché in questo caso si tratta di italiani.

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In realtà i nomi non ci sono perché va tutelata la presunta parte lesa: un bambino disabile. E quindi non pubblichiamo il nome della scuola e altri particolari che possano far identificare il bambino protagonista della vicenda. Anche questa sembra la scoperta dell'acqua calda, ma è importante ribadirlo, per questo e per altri casi simili. Commenti ingenerosi sono apparsi anche alla notizia sulle considerazioni dell'assessore alla Pubblica istruzione Maria Grazia Ciambellotti, accusata di essere caduta dal pero, di non sapere, e dunque invitata a dimettersi, anche se la Procura indaga su fatti che, se veri, sarebbero iniziati nell'ottobre 2013, quando la Ciambellotti nemmeno era assessore. L’unico consiglio che possiamo dare è contare fino a dieci prima di esprimere giudizi.
 

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