Il Tirreno

Prato

Le aziende cinesi producono l’11% del Pil

di Cristina Orsini
Le aziende cinesi producono l’11% del Pil

Dalla seconda indagine sul distretto parallelo emerge che l’integrazione con le imprese pratesi è una necessità

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PRATO. La relazione tra il distretto pratese e quello cinese cosiddetto "parallelo"; il peso della produzione delle circa 5.000 aziende - non solo più confezioni - cinesi di Prato e quanta ricchezze producono. A queste questioni ha dato risposta la seconda indagine Irpet ("Relazioni locali e transnazionali delle imprese cinesi di Prato e loro contributo all'economia della provincia"), presentato ieri nel salone consiliare dalla Provincia da relatori italiani: Gabi Dei Ottati, dell'Università di Firenze, Stefano Rosignoli ricercatore Irpet, l’assessore regionale Gianfranco Simoncini e da relatori cinesi: il console Wang Fuguo e il professor Yili Zhang della Business School of Wenzhou University. Prima di tutti i saluti del sindaco e presidente della Provincia Matteo Biffoni al quale è toccata la sintesi della linea istituzionale: «Va benissimo la produzione cinese ma deve rispettare le regole. Aiuteremo con tutti i mezzi - ha detto Biffoni - le imprese che si regolarizzeranno, saremo spietati con quelle che invece preferiranno l’illegalità». Semplice ed efficace.

I numeri. La ricerca Irpet (fatta su matrici di contabilità) ha quantificato il contributo economico delle comunità cinese sull’intero sistema economico della provincia sia sotto il profilo della produzione sia sotto il profilo dei consumi. Il dato che salta agli occhi è che il Pil prodotto dalla comunità cinese è dell’11% (750 milioni di euro; quello provinciale totale ammonta a 6,29 miliardi) che sale fino al 22% grazie al Pil indotto: i consumi cinesi e i servizi che la comunità pratese garantisce a quella cinese. «Se non vi fosse la comunità cinese - si legge nella ricerca di Rosignoli - il Pil della provincia di Prato risulterebbe più basso del 22%». I consumi della famiglia cinesi sono pari a 172 milioni (5% dei consumi totali che ammontano a a 3,32 miliardi) mentre gli investimenti lordi della famiglie rappresentano l’8% pari a 125 milioni. Infine le esportazioni che hanno un valore pari a 767 milioni ovvero il 33% delle esportazioni complessive della provincia pari un miliardo 378 milioni. Entrando più nel dettaglio: il settore produttivo nel quale il contributo cinese è maggiore è il tessile-confezioni che ricopre l’81% dell’intera produzione cinese; il commercio rappresenta il 10%, i servizi si fermano al 5. E quali sono i settori economici provinciali dove la comunità cinese contribuisce maggiormente? In testa c’è l’energia elettrice che rappresenta il 23% , poi le attività professionali (17%), l’attività amministrativa (16%), finanziarie e assicurazioni (13%) e commercio 10%.

Sinergia necessaria. Insomma, secondo numeri e percentuali, del distretto cinese, quello di Prato ha assolutamente bisogno.

E’ il giudizio della docente del dipartimento di Scienze per l’economia e l’impresa Gabi Dei Ottati, secondo la quale «lo sviluppo della collaborazione tra imprese italiane e cinese offre buone prospettive per arrivare a creare un sistema moda pratese con valenza transnazionale». A patto che «le imprese cinese aumentino la qualità della produzione e il rispetto delle regole».

Dei Ottati ha trattato l’evoluzione delle imprese del distretto parallelo (che rappresentano il 47% di tutte le imprese manifatturiere pratesi) constatando, anche attraverso interviste, che l’evoluzione c’è eccome: «Assistiamo - ha detto - a una forte diversificazione delle attività: oltre l’abbigliamento, imprese tessili, crescita del terziario e del commerciale». Aumenta la qualità dei prodotti e le strutture aziendali. «Crescendo la qualità - ha puntualizzato Dei Ottati - le aziende cinesi hanno bisogno di nuove competenze che cercano tra gli italiani: stilisti, professionisti, tecnici». Un salto di qualità che si è ottenuto anche grazie alle seconde generazioni. Dei Ottati ha anche messo in guardia sui rapporti tra le due comunità: «Il clima di sfiducia che si è venuto a creare da entrambe le parti non produce frutti e ostacola il processo di integrazione economica». Per l’economista - sono le conclusioni - «perché la tendenza allo sviluppo delle aziende cinesi possa avere effetti positivi, non sono sufficienti scelte guidate da logiche di puro mercato. Le azioni devono essere sostenute e governate dalle istituzioni di entrambi le parti: pratesi e cinesi».

Prato, la seconda Wenzhou. E che la collaborazione tra distretti sia un punto di arrivo imprescindibile, ne è convinto anche Yili Zhang, docente a Wenzhou per sei mesi a Prato. Anzi afferma che lo sviluppo del distretto tessile cinese è stato parallelo a quello di Wenzhou e che gli imprenditori cinesi «possono contribuire a un ulteriore sviluppo del pronto moda di Prato». A patto che - si tratta di una serie di consigli alle istituzioni - «il governo centrale riduca le tasse; aumenti la comprensione verso i nuclei di imprenditori cinesi, si garantisca meglio l’ordine pubblico e si ristrutturi la Chinatown». Ultimo punto giudicato fondamentale: «L’amministrazione pubblica deve garantire le condizioni per la sicurezza nelle attività produttive, quali ad esempio l’aumento di offerta di abitazioni nelle aree limitrofe alle zone industriali». Zhang fa una serie di raccomandazioni anche agli imprenditori cinesi: «Migliore integrazione, procedere con acquisizioni e fusioni con aziende italiane, coinvolgere professionisti sempre italiani, migliorare la conoscenza delle leggi, delle norme del Paese che ospita».

In 200 verso la regolarizzazione. E’ stato l’assessore regionale alle Attività produttive Simoncini ad auspicare che «le istituzioni si impegnino a rafforzare il sistema produttivo delle aziende cinesi» anche in considerazione del fatto che «una parte considerevole della tenuta e della crescita di Prato si deve alle imprese della comunità cinese». Simoncini ha garantito che il progetto regionale “lavoro sicuro” proseguirà «perché contro l’illegalità continueremo - ha detto - a essere intransigenti». Nella tornata di controlli compiuti dagli ispettori regionali sono state messe sotto la lente di ingrandimento il 40% delle imprese. In numeri: su 1700 aziende del dragone, ne sono state controllate 700 e 200 hanno aderito al progetto Lavoro sicuro attraverso il quale le imprese procedono alla riemersione e solo successivamente sono sottoposte a verifica.

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