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Brezzo: "Controlli s', ma alle imprese giuste"

Massimiliano Brezzo, segretario dei tessili Cgil (foto Batavia)
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Massimiliano Brezzo, segretario dei tessili Cgil (foto Batavia)

Il segretario Cgil dei tessili Massimiliano Brezzo,  Angelo Colombo (Uil) e Paolo Crocetta, vicepresidente Uip puntano il dito sul lavoro illegale in tintorie, stamperi e rifinizioni cinesi. E c'è chi propone di portare l'arte contemporanea in Chinatown

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PRATO. L’esigenza di unire le forze, di avvicinare imprese cinesi e pratesi non ha convinto tutti. Non ancora, almeno. Il primo a dire con forza dove sta il problema è stato Paolo Crocetta, vicepresidente Uip: «Rifinizioni e tintorie cinesi lavorano nella più totale illegalità e se continueranno così, devasteranno la filiera». Crocetta ha chiesto un «patto tra tutti sulla legalità».

Un affondo è venuto dal segretario generale Uil Angelo Colombo: «Se il distretto cinese pesa per il 22% del Pil ma una grande parte di questa ricchezza è stata prodotta da lavoro illegale e sfruttamento, non ci serve a niente. Anzi ci danneggia». Ed è stato il segretario Cgil dei tessili Massimiliano Brezzo a spiegare perché: «I controlli interforze vanno bene - ha detto - ma bisogna farli sulle aziende cinesi giuste. E mi riferiscono alle rifinizioni, alle tintorie e alle stamperie sulle quali la quota di illegalità è enorme e gli investimenti sono altrettanto poderosi».

Secondo Brezzo solo controllando quella dozzina di imprese-cardine si potrà dare un colpo serio all’illegalità: «Ma per farlo bisogna andare in azienda quando lavora: dopo le 16 e durante il sabato e la domenica. E non importa se proprio alle 16 gli ispettori regionali finiscono il turno». Ed è sempre Brezzo a lanciare il guanto di sfida alle istituzioni: «Comune e Provincia chiedano assieme al sindacato e agli industriali - ha concluso - che le verifiche vengano estese e che si facciano il prima possibile».

Dall’altra parte del “fronte”, è stato illuminante l’intervento di un cinese di seconda generazione, avvocato, presidente di Associna, che ha parlato in perfetto italiano. Junyi Bai ha attaccato affermando che: «Non trovo alcuna giustificazione possibile a cinesi imprenditori che non rispettino le regole. Vanno punti, non c’è alcun dubbio». Ma si è anche chiesto quali siano le prospettive, se ci sia una visione per i prossimi cinque anni: «Prato, cosa vuole fare da grande?». Una risposta l’ha data Junyi Bai stesso: «Cominciano dai termini, dal Macrolotto zero - ha detto - e chiamiamolo per quel che è: una Chinatwn. Che non è una brutta parola, indica un insediamento vasto di una popolazione immigrata. Viene chiamata così dappertutto tranne che a Prato. Ma riconoscerla - ha proseguito - può diventare una grande operazione di marketing per tutta la città». La strada, secondo il presidente di Associna, per eliminare l’accezione negativa dei “cinesi di Prato”: «E’ quella di coniugare Chinatown con l’arte contemporanea che è una delle peculiarità che identificano Prato».

Offerta subita raccolta e anzi rilanciata dall’assessore alle Attività produttive Daniele Toccafondi: «Noi in giunta chiamiamo il Macrolotto Zero New Soho - ha affermato - ed il progetto di portare l’arte contemporanea in quella zona lo stiamo realizzando». (c.o.)

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