La protesta
Assiste il marito 24 ore al giorno
E’ malato di Alzheimer ma non ottiene la possibilità di frequentare un diurno
PRATO. Renata Cerbai ha 67 anni. Suo marito ne 9 di più. Nove all'anagrafe, molti di più nella realtà. Soffre di Alzheimer e invecchiamento precoce. Due anni fa ebbe un'ischemia e cominciò a dover camminare con il bastone. Nei mesi a seguire il suo fisico è stato sotto attacco della malattia più volte e oggi, ma ormai dall'inizio dell'inverno, non è più autosufficiente. Talvolta è aggressivo, come lo sono i malati di Alzheimer. Hanno due figlie ma entrambe, per motivi personali e di salute, non possono aiutare la madre se non al sabato e la domenica e quindi Renata è l'angelo custode del marito 24 ore su 24.
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Da lei, una donna di 48 chili e un'operazione per l'ernia al disco, dipende ogni singola esigenza dell'uomo. Ha avuto l'accompagnamento ma ancora non l'ha riscosso. Guardagnano in due, con le pensione 1.650 euro al mese di cui quasi 600 vanno nell'affitto. Renata non vuole che suo marito viva lontano dalla sua casa ma avrebbe bisogno di un aiuto, di 2-3 giorni a settimana in un diurno in modo che lei possa uscire per fare la spesa o anche per fare una passeggiata. Camminare le piaceva tanto quando poteva permettersi di uscire. La lista d'attesa è lunga e le hanno spiegato che attualmente stanno evadendo le domande arrivate nel 2013. Il marito, e solo chi ha avuto un malato di Alzheimer in casa, sa quanto sia pesante la loro assistenza, va in un diurno solo una volta a settimana. A pagamento: 50 euro il servizio, 15 il trasporto. Di più Renata non può permettersi.
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L'assistente sociale le ha dato un'ora e mezza al giorno di assistenza domiciliare, un'ora la mattina e mezz'ora la sera. "Tutto il tempo serve per alzarlo, lavarlo e metterlo sulla poltrona. E la sera per rimetterlo a letto", racconta Renata. "Da sola non riesco a spostarlo. E il sabato mattina utilizziamo l'ora e mezzo per fargli il bagno".
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Troppo poco per poter dire che Renata ha una vita. "Mi era stato chiesto se volevo mandarlo in una struttura per un mese - commenta - ma io non ho voluto. Chiamano questa degenza sollievo, perché questo è quello che provano i familiari. Ma io non me la sento. Non sarei tranquilla a saperlo un mese altrove. Vorrei solo poter contare su due, tre volte a settimana in una struttura. Per poter fare la spesa tranquilla. A volte esco e lo lascio da solo mezz'ora nel letto coi cancelli ma sto fuori con l'ansia. Ho paura, quando torno non so mai cosa troverò".
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