La manifestazione
False residenze, la dura requisitoria del pm
Sangermano punta l’indice contro l’ex dipendente comunale: «Ha fatto mercimonio del suo onore»
PRATO. «L'imputata Angela Olivieri è indegna di appartenere a un corpo dello Stato perché ha fatto mercimonio della propria funzione e del proprio onore». Con queste parole il pubblico ministero Antonio Sangermano ha concluso ieri la sua dura requisitoria al processo che vede imputate 13 persone con l'accusa, a vario titolo, di aver fabbricato o utilizzato falsi certificati di residenza che poi sono serviti ai cinesi per chiedere o rinnovare il permesso di soggiorno.
Angela Olivieri, già dipendente dell'Ufficio anagrafe del Comune attualmente sospesa in via cautelare, è la principale imputata in quanto accusata di essersi prestata, in cambio di soldi, a chiudere un occhio sui controlli legati alle pratiche di residenza. Per lei il pubblico ministero ha chiesto una condanna a quattro anni e sei mesi di reclusione.
Stessa pena chiesta per la ragioniera Silvia Bruni, a cui la Procura contesta di aver collaborato, insieme al cinese Wang Guo Ping, nella redazione di false buste paga per l'ottenimento dei permessi di soggiorno.
«I professionisti pratesi - ha detto in sostanza il pubblico ministero - devono assumersi le loro responsabilità e capire che queste pratiche inquinano il vivere civile». Una pena più contenuta, tre anni e sei mesi, è stata chiesta per la presunta promotrice del traffico illecito di certificati di residenza, Irma Porcaro, ex dipendente dell'Ufficio anagrafe, in ragione della sua collaborazione alle indagini. E pene inferiori sono state chieste per gli altri imputati, tra cui i figli della Porcaro, Francesco Ludovico Catania, Luca Romano e Perla Federica Catania.
L'operazione della guardia di finanza scattò nei primi giorni di dicembre del 2013, pochi giorni dopo il drammatico incendio della confezione Teresa Moda in via Toscana dove morirono sette operai cinesi, e ipotizzò che ben 360 cinesi avessero acquistato i falsi certificati di residenza dopo essere entrati in Italia con un visto turistico versando tra gli 800 e i 1.500 euro a testa.
L'organizzazione, calcolarono gli inquirenti, avrebbe così guadagnato tra i 180.000 e i 450.000 euro. La principale esigenza delle centinaia di cinesi che hanno usufruito dei servizi dell’organizzazione era di ottenere la residenza pur non essendo reperibili all’indirizzo indicato. Cosa che, tra l’altro, consente anche di evitare multe e altre grane.
A denunciare le irregolarità fu un dipendente dell'Ufficio anagrafe, che è stato pubblicamente elogiato dal pubblico ministero durante la requisitoria insieme al comandante della polizia municipale Andrea Pasquinelli.
Il processo è stato aggiornato all'11 marzo, quando la parola passerà agli avvocati difensori, tra cui Manuele Ciappi, Costanza Malerba e Federico Febbo, prima della sentenza.
Non lasciare decidere l'algoritmo:
scegli Il Tirreno per le tue notizie su Google
