Il Tirreno

Prato

Il procuratore: «Maggiore rigore nella repressione»

Sangermano chiede coraggio alla politica: «Sappia coniugare immigrazione e integrazione con legalità e sicurezza»

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PRATO. «Maggiore rigore nella risposta repressiva, nel rispetto delle decisioni dei giudici». Questa la ricetta del procuratore capo facente funzioni Antonio Sangermano per affrontare l'emergenza criminalità che in questi giorni interessa la provincia di Prato con rapine di strada e furti in negozi e abitazioni.

Sangermano è un magistrato di poche parole, ma accetta di rispondere a qualche domanda dei cronisti sul difficile momento sul fronte della sicurezza e dell'ordine pubblico. «Alle forze dell'ordine va riconosciuto un importante impegno sul fronte della prevenzione e della repressione davanti a una realtà complessa come quella di Prato - spiega il procuratore - Complessa sia perché è fatta di tante diverse etnie, sia perché siamo di fronte a diverse tipologie di reati. Quello che serve a Prato è un potenziamento degli organici delle forze dell'ordine e un potenziamento degli strumenti in dotazione alla Procura e al Tribunale. Per intenderci, due giudici per le indagini preliminari sono pochi. Una Questura di terza fascia non è adeguata alle esigenze della città».

Poi, come detto, conta anche la risposta che si dà al fenomeno criminale. Sangermano è ben cosciente che ci si muove tra paletti che né la Procura né le forze dell'ordine possono spostare. Per esempio la norma che non consente la custodia cautelare in carcere anche per chi viene arrestato in flagranza di reato quando si prevede una pena contenuta nei tre anni di reclusione. «Bisogna trovare il giusto equilibrio tra il rigore della sanzione penale e il garantismo» sintetizza. Insomma, le norme sono fissate, ma possono essere interpretate a seconda del luogo e del momento storico per arrivare a «una risposta confacente alla specificità del territorio». Per fare un altro esempio, la concessione dell'obbligo di firma a uno spacciatore recidivo e conclamato, anziché gli arresti domiciliari, non sembra la misura più adatta per combattere il fenomeno dello spaccio, se non si vuole correre il rischio che passi un messaggio di sostanziale impunità.

«Ovviamente le scelte del legislatore e quelle dei giudici vanno rispettate - sostiene Sangermano - ma certe volte le risposte non sembrano confacenti al problema che si vuole risolvere. Detto questo, posso dire di aver trovato a Prato, nelle istituzioni, una grande consapevolezza dei problemi da affrontare».

«La complessità della realtà pratese - aggiunge il procuratore - pretende risposte che non siano emotive o strumentali, ma piuttosto l’espressione del giusto rigore nella risposta repressiva unito al pieno rispetto per il libero convincimento del giudice e per il fondamentale ruolo della difesa. Prato non è una città insicura, è una realtà complessa, difficile, in cui tutte le istituzioni si impegnano quotidianamente per garantire vivibilità e sicurezza. Ma se la politica vuole che cessi veramente il ruolo di supplenza che si ritiene, a torto o a ragione, venga esercitato dalla magistratura, occorre che sappia sviluppare una progettualità coraggiosa ed innovativa, in cui le parole immigrazione ed integrazione siano sempre coniugate ai concetti di legalità e sicurezza. Questa è la vera sfida di Prato che la rende città “pilota” a livello nazionale».

Paolo Nencioni

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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