Sicurezza
La Turandot nei capannoni
La regista Mercedes Martini si è ispirata alle confezioni cinesi
PRATO. Trent'anni fa Prato ispirava film, come “Madonna che silenzio c'è stasera”, sul distretto tessile e l'abbondanza di lavoro, oggi sono i lavoratori cinesi, che producono ventiquattro ore su ventiquattro all' interno dei capannoni del macrolotto, a ispirare Mercede Martini, regista teatrale, che lo scorso 6 febbraio ha portato in scena al teatro Coccia di Novara una Turandot particolare.
«Volevo interpretare questa favola secondo la realtà di oggi: niente opulenza, ma una situazione diversa dove gli uomini non sono più padroni del loro tempo perché assorbiti completamente dal lavoro. Partendo da qui il riferimento è stato Prato. Mi ha sempre colpito la situazione del distretto laniero, non soltanto in occasione del rogo del dicembre 2013, ma anche nella sua quotidianità».
Sul palcoscenico Martini ha sistemato un coro, che non abbandona mai la scena, di operai cinesi che lavorano alle macchine tessili. «Di questi uomini e donne mi ha colpito la mancanza di una vita reale, non escono mai dai capannoni dove oltre a produrre, mangiano e dormono. Così nella mia Turandot ho pensato a loro, che sono impegnati a confezionare il vestito rosso da sposa per la principessa di ghiaccio. Senza fare riferimenti specifici, volevo che il pubblico arrivasse a collegare la scenografia con la situazione di Prato, trasmettere il disagio che questi lavoratori vivono ogni giorno sulla loro pelle».
Alessandra Agrati
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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