Sicurezza
Bimbo morto in Calvana, tutti assolti
Prato, il giudice Fantechi ha accolto la richiesta del pubblico ministero Lorenzo Gestri nei confronti dei tre imputati (un medico e due operatrici della centrale del 118) accusati di omicidio colposo
PRATO. I soccorsi al piccolo Franco Lori che stava morendo sulla Calvana arrivarono dopo un’eternità, 80 minuti, ma non ci sono colpevoli per la tragedia che il 26 giugno 2012 costò la vita al bambino di 11 anni durante la gita della parrocchia di Paperino. Lo ha stabilito il giudice dell’udienza preliminare Angela Fantechi al termine del processo con rito abbreviato nei confronti del dottor Paolo Carbonati e delle operatrici del 118 Saba Pignotti e Gianna Barbini, che erano accusati di omicidio colposo. È stato lo stesso pubblico ministero Lorenzo Gestri a chiedere l’assoluzione per tutti e tre gli imputati, prendendo atto di una perizia, quella firmata dai professori Vittorio Fineschi e Nicola Pirozzi, che ha espresso dubbi sulla dinamica dei soccorsi (in particolare sul ritardo con cui fu fatto decollare l’elicottero) ma non ha dato alcuna certezza sul cosiddetto “nesso causale”, un elemento necessario per attribuire a qualcuno la responsabilità di un omicidio colposo.
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Detto in altri termini, sono tutti abbastanza d’accordo sul fatto che l’elisoccorso dovesse essere attivato subito, ma non è dimostrato che soccorsi più rapidi avrebbero salvato la vita a Franco Lori. Un verdetto che fa tirare un sospiro di sollievo ai tre imputati, difesi da Mauro Cini, Silvia Risaliti, Piero Zaccagnini, Caterina Paonessa e Maria Rosaria Santangelo, ma che rende ancora più amaro il dolore dei genitori di Franco.
Stefania Viani e Stefano Lori, ancora prima che l’inchiesta del sostituto Gestri si concentrasse sui tre sanitari della centrale 118, avrebbero voluto che si indagasse anche su altri soggetti. Avevano esposto uno striscione polemico sul balcone davanti alla chiesa (“5° comandamento, non uccidere”) chiarendo poi che non ce l’avevano con la parrocchia, ma le risultanze del procedimento penale e della perizia medica hanno dimostrato, secondo l’accusa, che i soggetti da indagare erano proprio i tre operatori del 118. Salvo poi scoprire che non sempre un comportamento censurabile sul piano operativo si traduce anche in un reato. A questo serve il processo: stabilire se è stato commesso un reato. La verità processuale, cioè, può essere diversa dal sentire comune. E il sentire comune aveva concluso che sì, fu uno sbaglio non far decollare l’elicottero alle 13,08 di quel 26 giugno, quando dalla Calvana gli accompagnatori raccontavano che Franco si era sentito male e poi che aveva perso conoscenza. L’elicottero invece si alzò in volo alle 14.09, più di un’ora dopo la prima chiamata, e riportò Franco all’ospedale di Careggi quando ormai era già quasi morto.
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«La colpa è di tutti e di nessuno - dice ora la madre di Franco, Stefania Viani - Alla fine sarà colpa mia e di mio marito, che abbiamo mandato nostro figlio in gita». Un’affermazione che vuole essere provocatoria. «Se avessero fatto un’inchiesta a 360 gradi - aggiunge la donna - ora non ci troveremmo a questo punto». Chi sono dunque, se ci sono, i responsabili della morte di Franco? La madre è ancora convinta che i tre operatori della centrale del 118 abbiano le loro colpe. «L’unico rammario mio e di mio marito - dice al telefono - è che queste tre persone continueranno a fare quello che facevano prima. Mi auguro che nessuno abbia mai bisogno di un intervento urgente».
La sentenza chiaramente non è piaciuta a Stefania Viani. «E’ una sentenza fondata sui “se” e sui “ma”. Noi invece siamo convinti che se i soccorsi fossero stati tempestivi il nostro Franco avrebbe potuto essere salvato, e stasera sarebbe a cena qui con noi». Sull’opportunità di avviare un’azione civile ancora la famiglia non ha preso una decisione: «Ci consulteremo coi nostri avvocati e poi vedremo che cosa è meglio fare». Mauro Cini, l’avvocato difensore di Saba Pignotti, una delle due operatrici del 118, ci tiene invece a sottolineare che la sentenza del giudice Fantechi non lascia adito a dubbi: «Sono stati assolti “perché il fatto non sussiste” e senza una formula dubitativa. Questo significa che non sono state trovate prove del “nesso causale” tra la morte del bambino e l’operato degli imputati».
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