Il Tirreno

Prato

LA STORIA

Angiolino, due cognomi e sei fratelli ritrovati

di Maria Lardara
La copertina del libro, al centro Mauro Fondi
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La copertina del libro, al centro Mauro Fondi

Prato, il nipote, Mauro, ha pubblicato un libro nel quale si rievoca la storia incredibile di un orfano che solo dopo  35 anni ha scoperto di non essere solo al mondo

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PRATO. Da piccolo i parenti gli rammentavano sempre che sulla vita del nonno si poteva scrivere un romanzo. In quella storia, costellata di tante avventure e coincidenze, sono piantate le radici di una famiglia il cui cognome ha segnato la storia di Prato, nutrendola con i germi dell’antifascismo e del movimento operaio del dopoguerra. Finché lui, Mauro Fondi (nipote di Anna Fondi, l’ex assessore ed ex sindacalista morta nel 2013), quel romanzo l’ha scritto per davvero.

Ha riordinato gli appunti raccolti qua e là interpellando quelle che gli storici definiscono fonti orali, ha preso carta e penna per dare voce a una memoria familiare affascinante. Perché la storia di nonno Angiolino, che Mauro fece in tempo a conoscere alla tenera età di cinque anni, prima che si spengesse nel 1963, merita un libro di 250 pagine, edito dalla Ibiskos Editrice Risolo di Empoli. “Angiolino. Si doveva chiamare Benedetti” è la storia di un orfanello pratese che fino a 35 anni era convinto di essere solo al mondo, ignaro delle tre sorelle (Emma, Elisa e Cesira) e dei fratelli (Rinaldo, Ferruccio e Guido) che per anni lo hanno cercato invano nel tentativo di ricongiungere tutta la famiglia. Sì perché lui, Angiolino, aveva solo due mesi quando venne affidato al Baliatico di Pistoia mentre presero altre destinazioni i suoi fratelli e le sue sorelle, tutti rimasti orfani dopo la morte nel sonno della madre, l’unico genitore rimasto vivo.

Correva il 1893 e la famiglia Benedetti così si separò: chi fu spedito all’orfanatrofio del Bigallo di Firenze, chi a un istituto di Borgo San Lorenzo. Ma al momento di varcare la soglia del Baliatico di Pistoia Angiolino, il più piccolo, venne registrato con un cognome diverso dal resto dei fratelli e delle sorelle: si chiamava Fondi, come mamma Annunziata che quando andò a registrare all’anagrafe il figlio era già vedova. Annunziata Fondi e Angiolo Benedetti (i genitori di Angiolino) si erano sposati infatti solo in chiesa e non risultavano coniugati in Comune, motivo per cui il bambino risultava con il cognome materno.

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Destino volle che per questo inghippo burocratico al limite della casualità Angiolino rimase a lungo solo al mondo. Quando per lui si aprirono le porte di casa della famiglia adottiva, una coppia di contadini di Castel di Casio, sull’Appennino bolognese, era appena un ragazzino uscito dall’orfanatrofio. Non restò a lungo su quei monti: la parte centrale del romanzo racconta le incredibili avventure di Angiolino Fondi su e giù per lo Stivale, tanto da finire prima a Castiglione della Pescaia in un giro di contrabbando di sigarette, poi a lavorare al Traforo del Sempione fino ad arruolarsi come soldato per la guerra di Libia (1910) e poi nelle trincee della prima guerra mondiale, in Veneto e in Friuli.

Lasciatosi alla spalle il conflitto, Angiolino su consiglio di un commilitone si trasferì a Prato, in via da Filicaia, dove mise su famiglia insieme a Luisa. Lei, operaia tessile al Fabbricone, lui alle officine Bigagli. Un giorno bussa alla sua parte Ettore, un anziano mendicante solito rifocillarsi nelle case di chi lo ospitava: mentre sorseggiava un piatto di minestra riconobbe nel 35enne Angiolino il bimbo che aveva conosciuto a Castel di Casio, nella casa dei genitori adottivi Rosa e Valente.

A quel punto Ettore gli chiese dei fratelli e delle sorelle ma Angiolino ne era completamente ignaro. Sarà Ettore, deus ex machina della vicenda, a fare in modo che la famiglia si riunisca, mentre Guido, Rinaldo, Ferruccio, Emma, Elisa e Cesira avevano tentato invano di rintracciare il fratello più piccolo rivolgendosi anche alla famiglia adottiva. Ci riusciranno ma solo perché sarà Ettore a metterli in contatto con Angiolino.

«Ho voluto scrivere questo romanzo – racconta Mauro Fondi - per fissare i ricordi della mia famiglia, convinto che ogni casa, in qualche modo, racchiuda una storia da raccontare. Dai racconti di mio padre e di mia zia (Anna Fondi, ndr) rimanevo affascinato dalla vita avventurosa del nonno, dal suo coraggio, con la Storia a fare da sfondo alle sue vicissitudini».

Quando termina il romanzo “Angiolino. Si doveva chiamare Benedetti”, che sarà presentato sabato 24 gennaio alle 21 allo spazio “Il Dado” (via Firenzuola), l’orologio della storia si ferma al 1928: quel che si sa è che Angiolino Fondi sarebbe diventato in seguito un fervente antifascista, amico del partigiano pratese Alberto Torricini e padre di Anna, l’assessore che dal nulla costruì i servizi sociali a Prato negli anni Cinquanta e Sessanta. La battagliera donna si è spenta a novant’anni, nel dicembre di un anno fa. Chissà che effetto le avrebbe fatto leggere la storia di suo padre scritta dal nipote.

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