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Hanno condannato il “sistema Prato”

Hanno condannato il “sistema Prato”

Colpevoli i tre confezionisti della Teresa Moda dove morirono sette operai: rinunciarono alla sicurezza in nome del profitto

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PRATO. Tutti colpevoli. Il giudice dell’udienza preliminare Silvia Isidori ha sposato la tesi del pubblico ministero Lorenzo Gestri e ha condannato a 8 anni e 8 mesi Lin Youlan, la donna cinese che fin dal primo momento era stata riconosciuta come la vera titolare della confezione Teresa Moda di via Toscana, dove il 1° dicembre 2013 un incendio costò la vita a sette operai orientali. Nel corso del processo con rito abbreviato il pubblico ministero aveva puntato il dito anche contro la sorella di Youlan, Lin Youli, che è stata condannata a 6 anni e 10 mesi, e del marito Hu Xiaoping, condannato a 6 anni e 6 mesi. Per loro il pm aveva chiesto 8 anni ciascuno. Il processo per i proprietari italiani del capannone è invece ancora in corso.

Il giudice Isidori è uscito dalla camera di consiglio alle 16,25 davanti a un'aula gremita di cronisti, telecamere, oltre agli imputati, ad alcuni parenti delle vittime e a una decina di avvocati. La Procura era schierata al gran completo col procuratore capo facente funzioni Antonio Sangermano, i sostituti Foti e Celano e il pubblico ministero Gestri. Segno che il processo aveva una valenza che va al di là del singolo e pur drammatico fatto accaduto in via Toscana. Di fatto è stato un processo a quello che alcuni hanno chiamato il "sistema Prato", la commistione di interessi tra confezionisti cinesi e immobiliaristi italiani, pronti a chiudere un occhio sulla violazione delle norme di sicurezza.

L'impianto accusatorio ha retto perché è stata accertata la colpevolezza di Lin Youlin sul reato più grave contestato, l'omissione dolosa delle cautele anti-infortunistiche. Dolosa e non colposa. Significa che la principale imputata è stata ritenuta responsabile di aver scelto di mettere a rischio la vita dei suoi operai per ottenere un maggiore profitto. E' un reato che molto raramente viene contestato (vedi il caso dell'incendio alla Thyssen) e ancora più raramente riconosciuto in sentenza.

Gli altri due imputati sono stati considerati meno coinvolti nella conduzione dell'azienda e dunque condannati per l'omissione colposa e non dolosa, oltre all'omicidio colposo e all'incendio (reato assorbito dall'omissione, cosa che spiega, anche per Youlan, perché la pena finale è un po' più bassa di quella chiesta dal pubblico ministero).

Il giudice ha disposto anche un risarcimento di 100.000 euro ciascuno per le quattro parti civili rappresentate dai sindacati (è come se i sindacati avessero acquistato oltre 2.600 iscritti per il prossimo anno, a patto che riscuotano). E una "provvisionale" di 70.000 euro per l'Inail (che chiedeva oltre un milione e mezzo, si deciderà in sede civile) e di 50.000 euro per il Comune di Prato, oltre a 25.000 euro a testa per quattro parenti di secondo grado delle vittime.

Al processo contro i confezionisti cinesi mancava una parte importante, cioè i familiari di primo grado delle sette vittime. Non si sono costituiti parte civile in base a un accordo negoziato in Cina nel gennaio dell’anno scorso dalla stessa Lin Youlan e di cui il Consolato cinese di Firenze era a conoscenza, ma non le autorità italiane, che lo hanno scoperto grazie alle indagini della squadra mobile di polizia. L’accordo prevedeva un risarcimento di 110.000 euro a testa in cambio della rinuncia a chiedere danni in Italia. I familiari si sono invece costituiti nel processo a carico dei fratelli Giacomo e Massimo Pellegrini, giudicati a parte.

Paolo Nencioni

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