Il Tirreno

Prato

criminalità

Arrestati gli specialisti dei furti nei bar

In manette quattro albanesi. Uno di loro, intercettato, si vanta: "Guadagno più io in una sera che un carabiniere in un mese"

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PRATO. Una cinquantina di colpi, tra furti nei bar e dei veicoli e degli strumenti utilizzati per sfondare vetrine e porte dei locali. È quanto ha ricostruito un'indagine dei carabinieri della compagnia di Borgo San Lorenzo che hanno sottoposto a fermo, disposto dalla procura senese, quattro albanesi, età tra i 26 e i 22 anni, già conosciuti alle forze dell'ordine, accusati di far parte della banda attiva dal 2012 tra Firenze, Prato e Siena. L'operazione, condotta la notte scorsa, 11 gennaio, ha portato i militari anche a Milano, per una perquisizione, e a Modena, dove è stato bloccato uno dei fermati. Associazione per delinquere finalizzata alla commissione di furti e rapine l'accusa.

L'indagine è iniziata nel marzo 2013, a seguito di un furto nel bar Imma di Barberino del Mugello. Ma il primo colpo addebitato risale al dicembre 2012, a Vicchio, in un esercizio poi visitato altre due volte. Circa 25 i furti messi a segno tra bar, circoli, e un punto Snai, due dei quali trasformatisi in rapina, a Sesto Fiorentino e a Colle Val d'Elsa dove la proprietaria di un bar ristorante fu anche colpita dai ladri con uno sgabello, riportando lesioni guaribili in 15 giorni.

In provincia di Prato, il gruppo si era reso autore del furto al Bar “Vermigli” di Carmignano, effettuato utilizzando una Fiat Panda rubata la sera stessa in quella stessa località

Il modus operandi della banda sarebbe stato sempre lo stesso: venivano rubati veicoli per lanciarli poi contro le serrande e le vetrate degli esercizi per aprirsi un varco o erano usate piccozze, asce o mazze allo stesso scopo. Una volta all'interno venivano prelevati cambiamonete, slot machine, registratori di cassa, ma pure sigarette o altri valori. Ogni colpo avrebbe fruttato tra i 2.000 e i 10.000 euro che i componenti si spartivano. All'interno del gruppo i ruoli era suddivisi tra chi individuava gli obiettivi e pianificava i colpi, chi si preoccupava di reperire i mezzi necessari e chi forniva supporto logistico ai complici che entravano in azione. «Per gli associati - spiegano i militari in una nota - era divenuto un vero e proprio lavoro e talvolta si rigiocavano parte del bottino ai videopoker. Uno dei componenti del sodalizio, in una circostanza, vedendo passare una pattuglia dei carabinieri, ignaro di essere sotto controllo, rivolgendosi a un amico si vantò dicendogli che loro guadagnavano in una serata di lavoro quanto guadagna un carabiniere in un mese».

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