Il Tirreno

Prato

la storia

Io nella fabbrica Baldassini ci andavo in bicicletta

Barbara Burzi
L'ex fabbrica tessile Baldassini in via Ceccatelli a San Paolo (foto Batavia)
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L'ex fabbrica tessile Baldassini in via Ceccatelli a San Paolo (foto Batavia)

Prato: il racconto di Alberto Nincheri, figlio dell'uomo di fiducia di Dino Baldassini, il fondatore della ex azienda tessile, nato nell'appartamento in vetta allo stabilimento in via Ceccatelli 36 e che lì ha vissuto per anni. "Il declino cominciò - afferma Nincheri - quando venne rapito Piero, il figlio del titolare"

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PRATO. Se i muri potessero parlare, ne avrebbero di storie da raccontare. Ce ne sono alcune che vale la pena di scoprire, come quelle che si sono consumate dentro le fabbriche pratesi, la maggior parte delle quali sono ormai vuote e abbandonate. A San Paolo, ad esempio, poche sono state riutilizzate per altre attività. Le condizioni attuali dello stabilimento della ex fabbrica tessile Baldassini, in via Ceccatelli, ha toccato le corde della memoria di Alberto Nincheri, facendo riaffiorare in lui ricordi di persone e fatti accaduti in quella che «per 25 anni è stata casa mia»: dice un suo post sulla pagina Facebook. «Io ci sono nato in quella casa sopra la fabbrica, nel vero senso della parola perché a quei tempi non si andava in ospedale - continua il suo messaggio - Quella fabbrica mi ha fatto crescere e ha dato lavoro ai miei per trent'anni. Vederla ridotta così, come del resto tante altre fabbriche di Prato, fa veramente male. Lì dentro ci sarà sempre un pezzo del mio cuore. Via Ceccatelli 36, Prato. Quella sì che era un’altra storia». Vale la pena di raccontarla.

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L’appartamento sopra la fabbrica. Era destinato agli operai dello stabilimento e tra questi c’erano anche i genitori di Alberto. Si sono trasferiti a San Paolo nel ‘59, quando Dino Baldassini mise su l’azienda. «Il babbo e Dino si conoscevano bene perché erano vicini di casa alle Macine - racconta Nincheri - e i miei non furono gli unici ad andare a lavorare per lui. Mia madre faceva la rammendina e mio padre il portiere, ma anche l’autista, l’uomo tuttofare e di fiducia di Baldassini, proprio in virtù di un’amicizia che li legava da tanti anni». L’abitazione e la fabbrica erano un tutt’uno. «Abitavamo al primo piano, dove si vede la terrazza, esattamente sopra gli uffici della ditta - spiega - a fianco, l’appartamento confinava con la rifinizione ed erano divisi solo da una porta». La fabbrica era un po’ anche casa sua. «Ci sono nato», dice. «E mentre io nascevo - erano le cinque del mattino del 12 ottobre del ‘64 - il fuochista stava per accendere la caldaia…».

Alberto Nincheri, bambino, va in bicicletta nella fabbrica Baldassini  I ragazzi della via Gluck. Una strada piccola, molti amici,   qualche fabbrica e le case. Era lì, nel raggio di pochi chilometri, che si svolgeva la vita dei ragazzi della via: una trentina in tutto. «Eravamo tutti maschi, tranne la figlia del capostracci - continua Nincheri - ci divertivamo tanto e non so quante volte ai nostri genitori è toccato venire a cercarci di buio nei campi con le torce… Si passavano le giornate per strada; a un certo punto, piazzammo un cartello di legno con scritto: “via Gluck”. Erano altri tempi: per andare a scuola bastava attraversare i campi». E quando arrivava l’estate anche i ragazzi davano una mano sul lavoro. «Non ci pesava, anzi si faceva volentieri - assicura - per noi era un divertimento, un modo per passare il tempo, oggi, una cosa del genere sarebbe impensabile. Invece io sapevo mandare tutte le macchine, compreso il muletto, e mi muovevo da un reparto all’altro senza problemi. A volte tra le macchine si giocava a nascondino, ma per fortuna non mi è mai successo nulla». Ce n’erano di cose da fare lì: «Era uno stabilimento di 30mila metri quadrati con dentro di tutto - continua - non solo la fabbrica tessile a ciclo completo, ma anche una falegnameria, un meccanico e un elettricista». (Nella foto a sinistra Nincheri bambino va in bicicletta in fabbrica).

I "big" della moda. «Dalla Baldassini sono passati quelli che poi sono diventati gli stilisti più famosi del mondo - racconta Nincheri - arrivavano a Prato da tutta Europa per scegliere le stoffe e comprarle. Era uno stabilimento con più di 300 dipendenti: da qui uscivano centinaia di pezze al giorno. A ripensarci oggi, mi sembra impossibile che sia tutto finito, ma nella fabbrica di via Ceccatelli ho visto entrare persino Yves Saint Laurent quando era ancora alle prime armi e Giorgio Armani, anche lui agli inizi della sua carriera».

Nincheri in fabbricaIl declino. «Dopo il rapimento del figlio di Dino, Piero, che poi fu ucciso nonostante il pagamento del riscatto, niente fu più come prima», afferma Nincheri, il quale aveva appena 11 anni quando accadde il fatto. «Era il 15 novembre del ‘75 quando avvenne il sequestro; mi ricordo tutto di quella notte - aggiunge - Mi resi conto che era successo qualcosa di grave quando vidi arrivare tutta quella polizia sotto casa mia, fuori dalla fabbrica. Da quel momento il clima generale cambiò: fu l’inizio del declino...».

Gli anni del sequestro. Nincheri e la sua famiglia hanno vissuto la vicenda in prima persona. Non solo per l’amicizia che c’era tra i suoi genitori e l’imprenditore pratese, ma anche per il fatto che «nel primo mese gli investigatori si erano stabiliti da noi». Ogni telefonata veniva registrata. «Ai sequestratori avevano dato il numero dell’azienda, che corrispondeva a quello di casa nostra, dove poteva capitare di rispondere al telefono e di sentire le loro voci dall’altro capo della cornetta». Nincheri descrive quegli anni come angoscianti. «Ero molto legato a Piero - racconta - lo chiamavo zio perché mi portava sempre le figurine. Quando iniziai a rendermi conto di quello stava succedendo, mi spaventai molto». Giunti a un accordo per la liberazione dell’ostaggio, «anche mio padre salì su quella Cinquecento diretta verso San Baronto per consegnare ai banditi la somma di 700 milioni di lire pattuita per il suo riscatto. Il resto è cronaca». (Nella foto sopra a destra Alberto Nincheri bambino che vive nell'ex fabbrica tessile).

Oggi. «Con tutti i ricordi che ho, legati a quella casa e a quella fabbrica in via Ceccatelli, mi fa davvero male vederla ridotta così», conclude Nincheri, che dopo tre anni di Buzzi è diventato elettricista ed ha aperto un’impresa tutta sua. E’ presidente del circolo di Viaccia e in passato, si è dedicato molto agli spettacoli della Rivista. Di sé dice di non riuscire a stare mai senza far nulla. «Se potessi scegliere - conclude - utilizzerei quegli spazi per realizzarci qualcosa da regalare alla città: un altro museo del tessile o un centro civico e culturale da intitolare a Piero Baldassini».

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