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Il Comune di Prato condannato a risarcire otto precarie

di Maria Lardara
Il Comune di Prato condannato a risarcire otto precarie

Avevano lavorato nei nidi comunali con un contratto a termine per più anni. Alle educatrici è stato assegnato un indennizzo di 180mila euro

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PRATO. Dove il datore di lavoro non può (o non vuole), pensa il Tribunale a porre rimedio. Il datore di lavoro, in questo caso, è un soggetto particolare. Nei suoi confronti Sabrina, Roberta, Angela e altre cinque colleghe si sono rivalse facendo vertenza. E l’hanno vinta. Così giustizia è fatta: il Comune è stato condannato dal Tribunale di Prato a risarcire otto educatrici precarie che hanno lavorato nei nidi comunali con un contratto a termine rinnovato più volte e in periodi diversi fino al 2012, per un totale di 180mila euro di indennizzo corrisposto alle lavoratrici.

A titolo di risarcimento del danno, le maestre (alcune sono ancora dipendenti, sempre con contratto a termine), hanno già ricevuto dall’amministrazione tra i 20 e i 30mila euro a testa pari a 15 mensilità, comprensive di interessi legali e rivalutazione monetaria. Non è storia recente. La maggior parte delle sentenze risale alla fine del 2013 ma è ora che la necessità di sborsare 180mila euro a titolo d’indennizzo ha prodotto due delibere per riconoscere la legittimità di debiti fuori bilancio: l’atto è stato discusso e approvato durante l’ultima seduta del consiglio comunale. In sostanza, il Tribunale ordina e il Comune paga. Indebitandosi così ulteriormente rispetto alle sue coperture di bilancio.

La motivazione della condanna? Secondo il giudice, il contratto a termine veniva utilizzato, si legge nella delibera, «a fronte della perdurante situazione di vacanza di organico e non per esigenze temporanee ed eccezionali». In sostanza, si rimprovera all’ente di aver utilizzato il contratto a termine in modo strutturale, non per tamponare brevi periodi di sostituzione di personale. Prendiamo il caso di Sabrina, che ha fatto ricorso nel settembre 2011: il Comune l’aveva contrattualizzata tre volte, la prima dal 18 settembre 2007 al 14 luglio 2008, la seconda dal 15 settembre 2008 al 14 luglio 2009 e la terza dal 14 settembre 2009 al 14 luglio 2010.

Stessa tipologia di contratto anche per le sue colleghe, con un rapporto di lavoro che durava generalmente da settembre a luglio dell’anno successivo. Il Comune non ha fatto appello rinunciando a contestare il risarcimento – si legge nella delibera - per «reiterata violazione delle norme sul personale a tempo determinato», complice anche la sentenza della Corte di giustizia dell’Ue del 26 novembre scorso contro l’abuso dei contratti a termine nella scuola. Potrebbe non finire qui. Per questo il Movimento 5 Stelle va all’attacco.

«Se non è stata rispettata la legislazione vigente sul lavoro – tuona la consigliera pentastellata Silvia La Vita - è giusto che i responsabili dell’errore paghino. Invece in questo Comune i dirigenti prendono pure i premi mentre sembrano probabili altre cause di questo tipo in arrivo».

Dunque lavoratrici sì indennizzate, ma non stabilizzate. Nel pubblico impiego, si sa, non vale la conversione a tempo indeterminato anche se la sentenza della Corte di giustizia europea potrebbe aprire nuove prospettive. Per Giovanni Iorio, segretario della Fp-Cgil, «occorre armonizzare la sentenza della Corte di giustizia europea con il nostro ordinamento che nel pubblico impiego prevede l’accesso tramite concorso».

Secondo il sindacato, il Comune avrebbe già gli strumenti giuridici per avviare un percorso di stabilizzazione. Per questo una proposta potrebbe essere quella di «aprire una selezione ai lavoratori che hanno maturato diritti all’assunzione per titoli, in modo da stilare una graduatoria». E in Comune qualcosa si sta muovendo. «Al momento - spiega l'assessore al Personale Benedetta Squittieri - è in corso una riflessione su tutti gli strumenti possibili da mettere in campo: stabilizzazione dei precari o concorso per assumere nuovo personale. Anche perché qualche margine di manovra c’è, fra le pieghe del patto di stabilità. Con le educatrici precarie il confronto è aperto».

Maria Lardara

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