Italia
Macrolotto zero, insicurezza per tutti
Il comitato via Pistoiese rilancia l’appello: «Regole per tutti». I cinesi hanno paura: «Troppe rapine e aggressioni»
PRATO. PRATO. E' la più grande comunità cinese d'Europa, se si misura in rapporto alla popolazione totale della città che la ospita. Ed è concentrata soprattutto nel giro di poche strade, intorno all'asse parallelo di via Pistoiese e via Filzi. Logico che i pratesi che ancora abitano qui, si sentano vittime di un esercito di occupazione, superstiti che marcano il territorio con le bandiere italiane alle finestre di casa, come Giovacchino Pecini, esponente del Comitato via Pistoiese-macrolotto zero e della lista civica Prato libera e futura. Dal suo terrazzo pendono tre bandieroni tricolori e un cartello di protesta contro la Tasi. «Qualcuno credeva che fosse l’ambasciata italiana», racconta. Prima del cartello, ovviamente. Nel Prato in Tour è lui ad accompagnarci in giro per le strade del macrolotto zero, insieme ad altri due membri del comitato, Riccardo Baldanzi e Marcello Niccoli. Sono gli ultimi Mohicani, perennemente di vedetta e pronti a denunciare illegalità e segni di degrado.
Le osservazioni più immediate sono quelle note, fatte tante volte: i muri che diventano "pagine gialle", con numeri di telefono scritti ovunque a pennarello e su foglietti appiccicati («Sono numeri che indicano annunci di quattro tipi - spiega Pecini - offerte di lavoro, dormitori, prostitute e bische»); la disinvoltura nel maneggare gli alimenti; le insegne ovunque in cinese e quasi mai bilingui; i negozi che appaiono nelle case e nei capannoni abbandonati, fino a creare una densità da metropoli orientale («una volta mi sono messo a contarli: sono arrivato a 110 esercizi commerciali in 400 metri») e viene naturale chiedersi se tutti i permessi sarano stati chiesti e concessi. Fino ai dormitori nei capannoni in cui si lavora.
Ma al fondo di tutto e di un po' di insofferenza maturata nel quotidiano deteriorarsi della convivenza, c'è una richiesta essenziale: il rispetto di regole che siano uguali per tutti, italiani o stranieri. E' questo che chiede il Comitato con un’estrema sintesi. «Siamo pronti a collaborare con tutti per rendere più vivibile e riqualificare questo quartiere, anche se finora dai cinesi non abbiamo avuto disponibilità - dice Pecini - Ma prima di tutto bisogna che qualcuno ci spieghi perché qui sono consentite cose che altrove non sarebbero permesse. E ce lo dovrebbero spiegare tutte le ultime amministrazioni comunali che si sono succedute».
Anche i cinesi sono preoccupati. Intanto le voci che escono dalla comunità cinese raccontano un quadro speculare di allarme e proteste. Si lamentano i cinesi delle violenze subite da alcuni loro connazionali e dalla piccola malavita nordafricana che li prende spesso di mira: rapine, ricatti, estorsioni sono all'ordine del giorno. I cinesi , insomma, chiedono più sicurezza. E sono pronti anche a darsi da fare per migliorare il decoro della zona, ma chiedono di essere ascoltati anche dalle istituzioni che sentono assenti.
Gli interventi di Dryphoto. In tutto questo merita una segnalazione un'esperienza come quella di Dryphoto, l'associazione che dal 2011 ha trasferito in via delle Segherie la sua sede e ha cominciato insieme al circolo Curiel, uno degli ultimi baluardi dell'associazionismo nel macrolotto zero, un progetto di interventi sui luoghi meno curati e più frequentati del quartiere. Il risultato sono alcuni interventi artiistici (foto, opere originali) collocate nella piazzetta davanti a Unicredita, la vera "piazza" di Chinatown, e nel parcheggio accanto al circolo. Dopo anni di dibattiti e progetti sulla riqualificazione del macrolotto zero, stringi stringi, sono questi gli unici interventi realizzati davvero. ©RIPRODUZIONE RISERVATA
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