Sicurezza
Rapine e aggressioni. E poi la crisi: ora anche i cinesi si sentono insicuri
Stavolta parlano gli orientali ed emergono problemi comuni ai pratesi. C'è chi torna in Cina e chi vorrebbe investire e non lo fa per i problemi di sicurezza. "Ci sentiamo abbandonati dalle istituzioni"
PRATO. Una comunità preoccupata per la propria sicurezza, vittima di continui furti, rapine e estorsioni, che si sente assediata dalla malvivenza, non ascoltata dalle istituzioni e che sente forte il peso della crisi. Problematiche all’ordine del giorno per tutti gli italiani, che sono però anche i temi più sentiti dalla comunità cinese di Prato. E’ un ribaltamento di prospettive abbastanza sorprendente quello che viene fuori dalle voci interne alla comunità cinese che abbiamo sentito durante la nostra visita al Macrolotto zero, sede di una delle più grandi Chinatown europee.
La crisi colpisce tutti. Non solo per gli italiani: anche per gli imprenditori cinesi la crisi si è fatta sentire duramente negli ultimi anni. Un caso esemplificativo è quello di Paolo Huang, commerciante cinese in Italia da più di vent’anni, che dopo pochi mesi ha dovuto chiudere la sua gelateria in via Pistoiese, trasformandola in una tavola calda: “anche la nostra comunità ha meno soldi da spendere, e se non lo fa con i gelati spero che lo faccia con il riso” ci spiega. In molti, quindi, negli ultimi anni sono tornati in Cina o si sono trasferiti in altri paesi europei: “la prima generazione di immigrati – continua Paolo – è tornata quasi completamente in Cina, mentre chi è arrivato nell’ultimo periodo è ripartito quasi subito, visto che qui non c’è più lavoro. Siamo in pochi a stringere la cinghia e provare ad andare avanti, visti anche i problemi di criminalità che ci sono. Lo facciamo anche per i nostri figli, che sono nati qui, si sentono pratesi e non vogliono trasferirsi in Cina; ma se le cose continuano così sarà difficile restare a lungo”.
Una psicosi collettiva. La sicurezza personale, ancora più di quella nelle fabbriche, è sentita come il problema principale per i cittadini cinesi: “Ormai il livello di paura è altissimo, è quasi una psicosi collettiva che porta le persone a non uscire più di casa la sera o a non passare dalle vie più pericolose del centro” ci spiega Shi Yang Shi, 35 anni, artista indipendente dello Spazio Compost conosciuto ai più per essere come inviato del programma di Italia Uno “Le Iene”. “I cinesi – continua Yang – sono considerati dai malviventi quasi come dei bancomat: sono statisticamente più ricchi ed è risaputo che anche per motivi culturali si portano dietro dei contanti, chi più chi meno; per questo motivo furti e rapine sono diventati problemi quotidiani, con cui in tanti non riescono più a convivere”. A rapine, aggressioni, furti a negozi e abitazioni, c’è da aggiungere anche il sequestro dei macchinari tessili: “Sta succedendo, dato l’aumento dei controlli, che i macchinari all’interno di un magazzino sequestrato dalla polizia vengano “sequestrati” dai malviventi anche cinesi, che li portano via e chiedono un “riscatto” per restituirli ai proprietari”.
Abbandonati dalle istituzioni. Come per gli italiani, la lontananza delle istituzioni si fa sentire, così come la mancanza della certezza della pena: “ I miei ex connazionali dicono che quando vanno a denunciare furti ed estorsioni – afferma ancora Yang – non ricevono risposta, anzi rischiano di essere etichettati come clandestini e non ricevere aiuto adeguato. Molti italiani pensano che i cinesi siano tutti criminali mentre ci sono molte persone per bene che rispettano le regole e portano ricchezza alla città, e che vorrebbero avere più risposte e più rispetto dall’opinione pubblica e dalle istituzioni. Ma il pregiudizio e l’odio sociale che si percepiscono negli ultimi anni finiscono per scoraggiare chi vorrebbe entrare in relazione con le parti italiane.
Un problema economico. I continui furti ed atti di malavita rappresentano un grosso rischio per tutto il distretto: “tutti questi problemi di sicurezza – continua Yang – finiscono per scoraggiare l’arrivo sul territorio di clienti internazionali, essendo Prato la Fabbrica d’Europa per il Pronto Moda, che preferiscono spostare i loro acquisti in città diverse come Bologna, Milano o Parigi proprio per paura dei furti e rapine a pieno giorno nella zona di Macrolotto 1 e 2. E per quanto riguarda il turismo, dato l’appuntamento Expo 2015, Prato potrebbe essere tagliata fuori dalle mete dei turisti cinesi, proprio perché viene considerata molto pericolosa”.
Problema comune, soluzione comune. Il problema della sicurezza, dunque, unisce come poche altre cose italiani e cinesi: “so che è un problema molto sentito anche dagli italiani, e per questo si potrebbe cercare di creare dei progetti comuni, che tutelino la sicurezza di tutta la cittadinanza”.Nonostante il problema sia lo stesso, però, la comunicazione tra comunità cinese ed italiana non è efficace: “mancano piattaforme di dialogo tra le comunità, e la colpa sta da entrambe le parti. La comunità cinese sicuramente paga il prezzo della sua passività nel non cercare di essere rappresentata politicamente e quotidianamente, avendo una voce realmente rappresentativa che si faccia sentire nel dialogo pubblico. Su questo associazioni culturali come la nostra hanno iniziato a lavorare dal 2009, ci vuole tempo e bisogna incoraggiare il cambiamento soprattutto nelle seconde e terze generazioni. Ma anche la politica deve imparare ad ascoltare più profondamente e stabilire una vera relazione con questa parte di cittadini, che smentisco sia una comunità unica, ma piuttosto un arcipelago disomogeneo”.
Integrazione difficile, ma non impossibile. Cambiare atteggiamento, costruire piattaforme di dialogo e spazi in comune per creare collaborazione ed integrazione: è questo cambiamento di mentalità che, secondo Yang, consentirebbe di far evolvere la situazione, verso la direzione della creazione di un’etica comune, di regole fondamentali condivise e costruite insieme, responsabilizzando le varie comunità e portando tutti a capire che rispettare le regole porta dei vantaggi, sia a livello privato sia a livello sociale.
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