Toscana
Prato, «Surf nel Bisenzio l’ho fatto anch’io, nel Nord Europa è uno sport diffuso»
Paolo Pastacaldi, appassionato di surf in mare e di bodyboard, assolve il giovane protagonista della disavventura nel fiume
PRATO. C’è chi non si scandalizza davanti alla scena del giovane surfista rimasto prigioniero dei flutti del Bisenzio. E’ Paolo Pastacaldi, appassionato di surf in mare, che su Facebook non si è tirato indietro e, a fronte di una coro unanime di disapprovazione per il gesto del giovane pratese, ha perorato la causa del “River surfing”. Si chiama così infatti la pratica, diffusa soprattutto nel Nord Europa, di cavalcare le onde, più o meno impetuose, dei fiumi urbani. Basta andare su youtube e di video con esibizioni provenienti da varie parti del mondo ce ne sono molti.
Questo è un video pubblicato su Youtube: il River Surfing è praticato in Argentina
Pastacaldi, dica la verità, anche lei l’ha fatto.
«Sì, non ho problemi ad ammetterlo. Non c’è nulla di strano. Un paio di estati fa, un po’ più sotto della pescaia del Calvaciotto ho praticato il body board. Ci si sdraia sulla tavola da surf a pancia sotto e ci lascia trasportare dall’onda. In realtà si resta sul posto, non c’è la corrente che ti trasporta via. Il problema è che lì il fondo è troppo basso, occorrerebbe avere più acqua. Nella pescaia dove il ragazzo ha cercato di fare il surf non sarà fonda più di dieci centimetri. Il rischio di farsi male sta proprio in questo».

I commenti su Facebook sono stati impietosi verso quanto accaduto. In che cosa ha sbagliato il ragazzo?
«Se lo si critica per il tipo di sport che ha voluto esercitare si commette un errore. Nel nord Europa il river surfing è molto diffuso. In Germania aspettano le piene per calarsi nei fiume su delle tavole fissate con delle catene. In Italia so che lo praticano in Trentino e in Val d’Aosta. Può essere considerato uno sport pericoloso, ma a mio giudizio ve ne sono molti altri che lo sono di più. Anche il calcio per me è uno sport pericoloso. Ma penso in particolare al jumping, per esempio, o a chi si lancia col paracadute. Nel caso in questione il ragazzo avrebbe dovuto dotarsi di un casco protettivo, di un salvagente e di una vera tavola, invece ha utilizzato una tavola da battigia. L’errore può essere stato questo: essersi gettato in un’impresa senza valutare bene la situazione che sarebbe andato a trovare. Anche legarsi ad una corda alla fine non lo ha aiutato. Meglio lasciarsi andare alla corrente che in quel tratto tende a portarti verso la riva».
Se fosse il genitore di quel ragazzo come si comporterebbe?
«Gli direi soltanto di stare più attento. I rischi non erano così elevati, e la meraviglia di chi ha giudicato con estrema severità questa iniziativa deriva soltanto dalla scarsa o nulla conoscenza di questa disciplina sportiva».
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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