Il dolore
Malato e sotto sfratto «Voglio continuare a vivere in Italia»
I problemi nati dal lavoro perso a causa di un infortunio L’uomo rifiuta l’ipotesi di tornare con la moglie in Nigeria
PRATO. «Chiedo solo di poter restare in questa casa per un altro po’ con mia moglie, o che possa partecipare al bando per le case popolari, mettendomi in attesa come tutti gli altri. Ma buttarmi fuori di casa adesso o presentarmi come unica alternativa quella di tornare in Nigeria per me equivarrebbe alla morte». E’ disperato Adegoke Anthony, pronto a fare lo sciopero della fame per evitare lo sfratto ormai incombente. Il 30 ottobre nella casa di via del Serraglio in cui vive con la moglie da otto anni, arriverà l’ufficiale giudiziario per la terza volta e sarà quella definitiva. Questo perché l’associazione “Il Casolare”, vicina alla diocesi, che subaffitta a persone bisognose segnalate dai servizi sociali del Comune, non può più permettersi di anticipare ulteriormente i soldi dell’affitto ai proprietari dell’appartamento. «La morosità in oltre tre anni ormai è arrivata a 13mila euro - dice Carlo Carlesi, responsabile del Casolare - Noi non chiederemo ad Anthony di rimborsarci il debito, ma la nostra opera si svolge sulle contribuzioni di volontari a cui non possiamo chiedere di più».
La storia di Anthony, nigeriano di 62 anni regolare in Italia ormai da molti anni, almeno all’inizio è stata quella di un immigrato fortunato. Laureato in scienze agrarie, aveva trovato lavoro come custode alla cooperativa Althea. Un salario modesto, che gli ha però consentito di pagare i 500 euro di affitto per diversi anni e di vivere insieme alla moglie connazionale, che è casalinga e non lavora. La svolta è avvenuta in modo drammatico e al tempo stesso singolare: il 19 dicembre del 2010, Anthony è rimasto vittima della forte nevicata che investì quel giorno la città. Mentre lavorava, scivolò sul ghiaccio, procurandosi diverse lesioni dalle quali non si è più ripreso del tutto. Siccome le disgrazie non vengono mai da sole, due anni dopo la cooperativa Althea fu messa in liquidazione e licenziò Anthony e gli altri dipendenti. L’uomo si è trovato all’improvviso malato e senza lavoro, nell’impossibilità di pagare quell’affitto. «Da allora, tra un periodo e l’altro trascorso in ospedale, ho iniziato a fare la spola fra la i servizi sociali e il Casolare, per cercare di trovare una soluzione. Una soluzione alla fine l’hanno trovata, ma per me è inaccettabile. Sistemerebbero mia moglie in una casa famiglia e io in un’altra, per il tempo necessario di tornare in Nigeria. Io sono cattolico e sposato in chiesa in Italia e trovo immorale e poco dignitoso che si possa anche solo proporre di separare una coppia, anche se solo come soluzione abitativa di emergenza. Oltrettutto ho la cittadinanza italiana e non voglio tornare in Nigeria. Non possono essere i servizi sociali del Comune di Prato a decidere della mia vita». Carlesi spiega che la soluzione, pensata a malincuore, al momento è l’unica possibile e consentirebbe ad Anthony, non solo di azzerare il suo debito con i proprietari dell’appartamento, ma anche di poter disporre per qualche mese di un certo reddito, quello consentito dalla cosiddetta “linea 6”, destinata a disoccupati e per la quale lo Stato ha concesso 25 milioni di finanziamenti a Prato, riconoscendo la situazione di crisi. L’italo-nigeriano chiede solo un supplemento di aiuto e non accetta una buona uscita, oltrettutto dividendosi dalla moglie, che assomiglia a una sorta di garbato “foglio di via”.
Francesco Albonetti
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