Sicurezza
Residenze facili ai cinesi, si va verso il processo
La Procura di Prato ha chiesto il rinvio a giudizio di 14 persone: tra loro una dipendente dell’Ufficio anagrafe del Comune, una ex dipendente e una ragioniera
PRATO. Il sostituto procuratore Antonio Sangermano ha chiesto il rinvio a giudizio dei 14 indagati nell’inchiesta sui falsi certificati di residenza ai cittadini cinesi. Si tratta di un gruppo di persone, italiani e cinesi, che sono accusate a vario titolo di associazione a delinquere finalizzata alla corruzione, falso ideologico e violazioni delle norme sull’immigrazione.
Tra loro anche Angela Olivieri, 52 anni, una dipendente comunale dell’Ufficio anagrafe, che lo scorso 5 dicembre fu arrestata insieme ad altre sette persone. All’epoca gli inquirenti indicarono come promotrice dell’organizzazione Irma Porcaro, 59 anni, ex dipendente dello stesso Ufficio anagrafe, già licenziata per assenteismo, come spiegò il comandante della polizia municipale. Oltre alle due donne, erano finiti agli arresti domiciliari anche Francesco Ludovico Catania, 24 anni, e Luca Romano, 26 anni, entrambi figli di Irma Porcaro. Indagata anche una terza figlia, Perla Federica Catania.
Tra gli indagati per i quali la Procura chiede il giudizio c’è anche la ragioniera Silvia Bruni, a cui si contesta di aver collaborato, insieme a Wang Guo Ping, nella redazione di falsa documentazione (in genere buste paga) per l’ottenimento del permesso di soggiorno. Lei finora ha sempre negato.
I cinesi che a dicembre finirono in carcere o all’obbligo di dimora sono Xu Yang, 26 anni, Zheng Mingli, 32 anni, Li Fangfang, donna di 27 anni, Zhuge Xinhai, 39 anni, Su Wenhu, 49 anni, Pan Xiaofei, donna di 39 anni, e Yan Weixia, donna di 18 anni, tutti residenti a Prato.
La dipendente dell'Anagrafe, secondo gli inquirenti, faceva parte di una associazione che rilasciava illecitamente certificati di residenza a immigrati provenienti dalla Cina. E sono complessivamente 360 i cinesi che hanno acquistato i certificati di residenza (utili per il permesso di soggiorno) dopo essere entrati in Italia con un visto turistico. Lla principale preoccupazione dei cinesi che pagavano per ottenere un falso certificato di residenza era quella di non essere rintracciati al loro vero domicilio, che spesso non corrisponde a quello indicato sul certificato.
I cinesi che hanno ottenuto illecitamente i documenti di residenza avrebbero pagato una tangente che variava tra gli 800 e i 1.500 euro a persona. I soldi, secondo quanto ricostruito dalla Guardia di finanza, sarebbero finiti ad alcuni loro connazionali che, dopo aver requisito i passaporti agli immigrati, giravano parte del compenso ai loro soci italiani. In otto mesi l'organizzazione avrebbe guadagnato tra i 180mila e i 450mila euro.
La dipendente comunale è accusata di aver tenuto all’oscuro la polizia municipale, per i controlli sulla effettività della dimora, e di aver usato indirizzi di comodo (anche 10 persone per ogni recapito ufficiale).
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