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Prato, rimesse degli immigrati, ai cinesi la parte del leone

di Paolo Nencioni
Prato, rimesse degli immigrati, ai cinesi la parte del leone

Mezzo milione al giorno: i numeri di Bankitalia confermano lo storico primato, alle altre comunità solo le briciole con le sorprese di georgiani e brasiliani

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PRATO. Nonostante l'inchiesta sugli sportelli money transfer del 2010, sono ancora i cinesi a fare la parte del leone nelle rimesse che gli stranieri residenti a Prato inviano verso il paese di origine, mentre le altre principali comunità straniere che vivono in provincia si devono accontentare delle briciole.

Lo si ricava dai dati ufficiali diffusi dalla Banca d'Italia e aggiornati al 2013, dunque la statistica più recente a disposizione. Dall'elenco si apprende che nel corso del 2013 i cinesi che vivono e lavorano a Prato hanno spedito a Wenzhou, principale città di origine della comunità pratese, la bellezza di 178 milioni di euro, in pratica mezzo milione al giorno. Una cifra complessiva solo di poco più bassa di quella del 2012, quando i cinesi di Prato mandarono in patria 187 milioni.

L'andamento delle rimesse cinesi da Prato negli ultimi 9 anni è illuminante: 20 milioni di euro nel 2005, 56 nel 2006, addirittura 431 milioni nel 2007, quando era già chiaro che era successo qualcosa di molto strano. Ma la macchina degli accertamenti ci ha messo un po' a mettersi in moto e solo nel 2010 scattarono gli arresti nell'ambito dell'inchiesta Cian Liu sugli sportelli money transfer del circuito Money2Money (alleanza italo-cinese tra le famiglie Cai e Bolzonari).

L'inchiesta accertò che un fiume di denaro (in cinese appunto Cian Liu) scorreva impetuoso tra l'italia e la Cina, oltre quattro miliardi in quattro anni, frazionato in tranche da 1.999 euro per sfuggire ai controlli e non consentire il rintraccio del mittente (spesso un prestanome o un'identità inventata). Nel frattempo il fiume aveva continuato a scorrere: 373 milioni da Prato alla Cina nel 2008, 464 milioni nel 2009. Nel 2010, grazie all'inchiesta della guardia di finanza, l'importo si è ridotto a poco più di un terzo, 173 milioni, per poi risalire nel 2011 (226 milioni) e assestarsi a 187 milioni nel 2012. Stando ai risultati dell'inchiesta, gran parte del denaro spedito in Cina dai cinesi di Prato serve a pagare la fornitura di partite di tessuto o capi d'abbigliamento dirette all'Italia con un'ingente evasione dell'Iva. Se questo è vero, bisogna pensare che dal 2010 in avanti siano stati trovati altri canali, leciti o illeciti, per spostare il denaro.

Quanto alle altre comunità, come detto, pur avendo una consistenza di tutto rispetto nella capitale italiana dell'immigrazione, devono accontentarsi delle briciole. Al secondo posto della classifica troviamo i pachistani, che nel 2013 hanno inviato complessivamente nel paese d'origine 3.696.000 euro. Al terzo i romeni con 3.507.000 euro (ma risulta che nel 2006 siano riusciti a mandarne oltre 21 milioni, una stranezza). Al quarto i marocchini con 2.815.000 euro. Al quinto, in ascesa, i georgiani con 2.348.000 euro. Al sesto i brasiliani con 1.445.000 euro (cifra molto alta in relazione allo scarso numero di brasiliani residenti in città). Al settimo i nigeriani con 1.640.000 euro. All’ottavo gli albanesi con 1.215.000 euro, relativamente pochi rispetto al numero di albanesi che risultano residenti in provincia. Al nono posto i filippini con 1.059.000 euro. Al decimo i bengalesi con 1.051.000 euro, cifra rilevante se si tiene conto dello scarso numero di immigrati dal Bangladesh e del fatto che l’importo è raddoppiato rispetto all'anno precedente.

Lo scarto tra i cinesi e le altre comunità si può spiegare col fatto che il flusso di denaro diretto a Wenzhou sostiene un distretto industriale, mentre gli altri mandano soprattutto i risparmi alle famiglie.

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