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Prato

La Sasch era “decotta” 4 anni prima del fallimento

La Sasch era “decotta” 4 anni prima del fallimento

L’ex sindaco Cenni viene accusato di aver compiuto reati anche dopo il voto La Procura: dividendi Gommatex per oltre un milione nonostante il deficit

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PRATO. La Sasch del futuro e ora ex sindaco Roberto Cenni era già “decotta” dal 2007, due anni prima che l’imprenditore decidesse di scendere in politica, quattro anni prima del fallimento. Lo scrive il sostituto procuratoe Eligio Paolini nella richiesta di rinvio a giudizio per bancarotta fraudolenta, truffa e altri reati fiscali nei confronti di 17 tra soci e amministratori dell’omonimo gruppo. Cenni, sostiene la Procura, insieme al socio Gianluca Giovannelli e ad Antonio Rosati, Mario Pacetti e Annibale Viscomi, (presidente del collegio dei sindaci revisori) avrebbe occultato le reali condizioni della società, cioè «una assenza di patrimonio già a partire dall’anno 2007 con obbligo di ricapitalizzazione o liquidazione al 31 dicembre 2008». I vertici di Sasch, sempre secondo la Procura, hanno invece scelto un’altra strada: quella del progressivo indebitamento con tutti i mezzi, fino all’inevitabile fallimento che i magistrati ora chiamano bancarotta fraudolenta. Quando dice “con tutti i mezzi” la Procura si riferisce tra gli altri al cosiddetto metodo della “merce a disporre”: false cessioni tra società del gruppo di merce obsoleta (con un valore dichiarato più alto di quello reale) per evitare svalutazioni in bilancio e chiedere anticipi di credito in banca.

Condotte simili a quelle realizzate nella società Go-Real Estate, gravata da un deficit di 21 milioni nel 2010, vale a dire la sopravvalutazione del 75% del magazzino al momento in cui quest’ultimo fu ceduto alla Monteverdi srl.

Quanto alla Gommatex Spa, fallita nel novembre 2011, la Procura rileva che nonostante quello che veniva scritto nei bilanci, nel 2007 «risultava già priva di patrimonio». E ciò nonostante, nel luglio e nel novembre 2008 deliberò la distribuzione di dividendi per un totale di un milione e 100mila euro a Lando Giovannelli, Roberto, Rossana e Rossella Cenni. Stesso discorso per la holding Go-Fin, che arriverà ad avere un deficit di 69 milioni nel 2010 ma che secondo la Procura era già insolvente nel 2006.

Ma in realtà la maggior parte delle 88 pagine con le quali il sostituto Paolini chiede il processo per 17 imputati è dedicata all’evasione fiscale, un capitolo nel quale, oltre all’ex sindaco Cenni, emerge la figura di Mario Pacetti, definito contabile, ideatore, consigliere delle strategie dell’intero gruppo ed esecutore per conto di Cenni, il quale viene accusato di aver commesso reati (evasioni di Ires e Iva) anche dopo la sua elezione, perché ritenuto «amministratore di fatto» di tutte le società del gruppo Sasch. L’elenco è lungo: due milioni di Iva indebitamente detratta da Sasch nel 2008, altrettanti nel 2009, quasi un milione nel 2010. E a seguire i conti per tutte le altre società del gruppo, per molte delle quali risponde anche Antonio Rosati, cognato dell’ex sindaco. In tutti i casi si contesta l’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti perché riferite a «merce ormai fuori mercato che di fatto non si muoveva dal magazzino di provenienza» (erano quasi tutti capi d’abbigliamento di taglia XS).

C’è poi l’illuminante capitolo dell’utilizzo di fatture per operazioni inesistenti emesse a favore di società del gruppo Sasch o estere che sarebbero servite a ottenere anticipazioni di credito dalle banche. O peggio: la stessa fattura usata per chiedere soldi a più banche grazie all’annullamento contabile dopo ogni richiesta. La Procura calcola che così siano stati erogati prestiti per 23 milioni di euro.

Infine nella richiesta si fa cenno a quella partita di indumenti prodotta dalla Txy di Shanghai, controllata da Sasch e destinata al mercato messicano che viene spedita in Italia alla Full Cygle di Giorgio Diddi (anche per lui c’è una richiesta di rinvio a giudizio in un procedimento connesso) e trasformata in made in Italy per superare i dazi messicani sui prodotti cinesi. Ma ai messicani la merce non piacque, torno in Italia e fu venduta in Turchia.

Paolo Nencioni

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