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Tony lascia dopo 50 anni dalle Br al caso Pacciani

Tony lascia dopo 50 anni dalle Br al caso Pacciani

L’addio del procuratore capo che ha attraversato mezzo secolo di storia italiana La commozione dei sostituti e l’orgoglio: «Oggi smaltiamo il doppio dei processi»

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PRATO. Dopo aver attraversato mezzo secolo di storia italiana, dalle Brigate Rosse al caso Pacciani, il procuratore capo Piero Tony se ne va in pensione. A nove anni dal suo arrivo alla guida della Procura di Prato, Tony ha salutato i colleghi, magistrati e personale amministrativo, durante un incontro nell’aula grande del Palazzo di giustizia, ricevendo complimenti non formali da tutti coloro che si sono alternati al microfono, dal procuratore generale Tindari Baglione, al presidente della Corte d’appello Fabio Massimo Drago, al presidente della sezione penale Ettore Nicotra, fino ai sostituti procuratori (particolarmente emozionati Eligio Paolini e Laura Canovai). La scadenza naturale dell’incarico per ragioni di età cade alla fine di ottobre, ma di fatto il procuratore deve smaltire le ferie arretrate e d’ora in poi lo si vedrà di rado a Palazzo di giustizia.

Nella giornata dell’omaggio al capo che se ne va, sono emerse due caratteristiche che hanno segnato il percorso di Tony: la libertà di pensiero e l’ironia. Iscritto da sempre alla corrente di Magistratura democratica, nessuno si è mai sognato di dipingerlo come una “toga rossa”. Semmai un cane sciolto che ha continuato sempre a pensare con la propria testa, facendosi guidare solo dal faro dell’accertamento formale e sostanziale dei fatti. E facendo anche scelte coraggiose, come quando, procuratore generale a Firenze, chiese e ottenne l’assoluzione di Mario Pacciani in appello, da molti (Piero Luigi Vigna in prima fila) ma non da lui ritenuto il “mostro”.

Ancora prima, negli anni di piombo, aveva toccato con mano il pericolo di una professione che era diventata un bersaglio. Lo hanno salutato nell’aula intitolata a Galli e Alessandrini e proprio a fianco di Guido Galli, come giudice istruttore, partecipò al primo processo contro le Brigate Rosse (imputati Mara Cagol e Renato Curcio). Erano gli anni in cui venivano diffusi volantini in cui le Br scrivevano: “I boia fascisti Guido Galli e Piero Tony verranno giustiziati”.

Laureato nel 1964, primo incarico al Ministero dell’Interno nel ’65, in magistratura dal ’69 a Milano, subito nella mischia. In Toscana, prima dell’approdo a Prato, lo si ricorda per il lavoro come presidente del Tribunale dei minori. Processi mediaticamente meno evidenti, ma di più profondo impatto emozionale, come la vicenda del bambino non riconosciuto dalla madre a Pisa e affidato per tre anni a un’altra coppia prima di essere ridato al padre naturale.

Il bilancio del suo lavoro alla guida della Procura di Prato si riassume in una cifra che Piero Tony rivendica con orgoglio: «Quando sono arrivato, nel 2005, la Procura definiva 5.000 processi all’anno. Adesso, con lo stesso organico, ne definisce 10.000 all’anno. È stato un lavoro esaltante e sono orgoglioso di aver diretto una squadra di sostituto di questo livello».

Paolo Nencioni

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