Il Tirreno

Prato

Scarcerato il narcotrafficante che si era rifugiato in Pakistan

Prato, Waseem Abbas Syed torna agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico. La Procura di Roma ipotizzava il reimpiego dei proventi dello spaccio per finanziare cellule terroristiche

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PRATO. Con una decisione a sorpresa, il giudice per le indagini preliminari di Roma Gaspare Sturzo ha ordinato mercoledì la scarcerazione di Waseem Abbas Syed, finora detenuto nella capitale, che da martedì 1° luglio tornerà agli arresti domiciliari col braccialetto elettronico nella sua casa di Montemurlo. Ma chi è Syed, pachistano di 29 anni? Si tratta del più che presunto narcotrafficante internazionale di eroina coinvolto in un’inchiesta della Direzione distrettuale antimafia di Roma la cui ipotesi investigativa era che una parte dei proventi del traffico di droga venisse impiegata per finanziare cellule del terrorismo islamico in Europa, un’ipotesi che ancora ufficialmente non ha trovato riscontro, nonostante la collaborazione di Syed, che gli è valsa un trattamento di favore.

Waseem Abbas Syed era ricercato almeno dall’8 gennaio 2012, quando il fratello Imran e il cognato Antonio Esposito furono arrestati a Peretola con 10 chili di eroina importati da Peshawar (Pakistan). Waseem ha preferito rimanere in Pakistan fino al 24 febbraio di quest’anno. Poi si è costituito a Regina Coeli subito dopo essere sbarcato da un aereo a Fiumicino e, assistito dagli avvocati pratesi Costanza Malerba e Federico Febbo, ha reso ampie dichiarazioni al sostituto procuratore Barbara Zuin. Gli hanno mostrato foto scattate dalla nostra intelligence a Peshawar che lo ritraggono circondato da uomini armati e lui ha spiegato che questa è la normalità, per chi se lo può permettere, nel suo paese.

Sul reimpiego dei proventi del traffico di droga si è limitato a dire che sono stati reinvestiti in locali in Italia e altrove (l’inchiesta riguarda anche l’Olanda, la Spagna, l’Austria), niente per ora su cellule legate ad Al Qaeda. La sua posizione era oggettivamente pesante, rischiava anche una condanna a 18 anni di carcere. Ma il paziente lavoro di trattativa tra gli avvocati difensori e la Procura ha dato i suoi frutti, tanto che ora il gip ipotizza una pena finale inferiore ai tre anni, cosa che ha consentito la concessione degli arresti domiciliari. Ma la storia non è finita. (p.n.)

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