Il Tirreno

Prato

«Mamma, ti avevo detto di non lavorare così tanto»

di Malia Zheng
«Mamma, ti avevo detto di non lavorare così tanto»

Inconsolabili le figlie di Wang Chunhao, una delle vittime della Teresa Moda. Parla un sopravvissuto all’incendio: «Ora non dormo la notte»

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PRATO. Inconsolabili le due figlie di Wang Chunhao, una delle vittime della Teresa Moda, che si sono gettate sulla bara della madre gridando in lacrime perdono. «Mamma ti avevo detto di non lavorare così tanto. Avrei dovuto dirtelo più volte. Mamma hai sofferto tanto e ti chiedo perdono. Mamma ora che tu non ci sei, chi guiderà il mio cammino? Mamma dove sei adesso?» grida la figlia maggiore affiancata dalla sorella minore che al contrario non trova parole al suo dolore. Il signor Wang è arrivato in Italia nel 2003, dopo di lui la primogenita. Regolarizzati i documenti, Wang riesce a ricongiungersi con la moglie Chunhao che arriva a distanza di un anno, lasciando a Rui'an (Cina) il secondo genito(26 anni) e la figlia più piccola (20 anni), giunti in Italia solo dopo la tragica notizia.

Come stai? Sei riuscito a tornare alla vita di sempre?

«Chi ci riesce? - risponde Wang - Questo dolore mi sta prosciugando. Ho smesso di lavorare, non riesco a fare più niente, perché niente ha più senso. Aspetto solo la fine del processo per ritornare in Cina e commemorare mia moglie secondo il rito tradizionale cinese». Tra pianti incessanti e volontari che hanno organizzato la cerimonia, anche Chen Changchong (40anni), unico tra gli operai sopravvissuto alle fiamme dello scorso 1°dicembre, cerca di consolare amici e parenti dei suoi compagni di lavoro. Sollecitato da un familiare, Chen è arrivato in Italia, a Milano, nel 2009 con la speranza di trovare lavoro. Da tre anni a Prato, Chen sente tutti i giorni sua moglie, casalinga, e i suoi due figli (uno di 9anni e l'altra di 6anni), rimasti nelle campagne del Henan. Ogni giorno i figli chiedono a Chen di tornare a casa in Cina, ogni giorno Chen per loro, è disposto a lavorare 15 ore. Chen lavorava solo da un anno nella ditta Teresa Moda.

Ricordi ancora la notte del 1° dicembre? Ce lo puoi raccontare?

«La fabbrica è costituita da un soppalco e noi operai dormivamo là sopra. È successo tutto di fretta. Tra grida, fiamme e fumo mi sono alzano e ho iniziato a correre verso l'uscita».

C'era anche un bambino, di chi era?

«Il bambino era dei titolari. Anche loro dormivano nel capannone, però in ufficio, che si trova al piano terra. Per questo sono riusciti a salvarsi, uscendo subito».

Hai paura adesso del fuoco? Tua moglie non è preoccupata?

"Sì. A volte la notte faccio incubi e quel momento mi ritorna in mente. Mia moglie è preoccupata ma devo aspettare che il processo termini prima di poter andare in Cina".

Rimpiangi di essere venuto in Italia?

«Un po' sì. Ma avevo deciso di venire in Italia per poter guadagnare qualcosa di più che in Cina non riuscivo ad avere».

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