Sicurezza
Io, il “postino” dello sciopero di Prato contro i nazifascisti
Sergio Mari racconta quel 4 marzo 1944 e non «dimentica» Fiorenzo Magni
MONTEMURLO. Sa tanto, sa quasi tutto di cosa fosse la Resistenza a Prato. Ma ricorda anche cosa fu il primo dopoguerra.
Sergio Mari era poco più che un ragazzino quando l’8 settembre del 1943 portò la guerra anche in Italia. «Avevo 16 anni ed ero riuscito ad entrare in fabbrica. Lavoravo alla Forti della Briglia, parliamo di un’azienda che aveva 2200 dipendenti. Numeri incredibili oggi».
Mari alla Forti diventa il «postino» della Resistenza, ma prima vuole raccontare un episodio che la dice lunga sulla sua personalità.
«Facevo le scuole commerciali a Prato, in via Santa Trinità – racconta – gli studenti, dal Buzzi in qua, furono portati in piazza San Francesco a gridare vogliamo Nizza e Tenda, Briga e la Corsica. Si voleva far crescere il sentimento anti-francese in preparazione della guerra. Ma io e i miei compagni ad un certo punto si disse: ma chi se ne frega. E andammo a giocare a biliardo al bar Magnolfi».
Venne giù il mondo. «Qualcuno sentì e fece rapporto al preside. Che scrisse a casa: tre mesi di sospensione».
A 14 anni, nel 1941, Sergio Mari entra a lavorare al Forti. grazie ad uno zio direttore.
«Ricordo: 2200 operai e 140 telai. A me toccava portare il filato ai tessitori. Un giorno Angelo Menicacci, sarà a lungo sindaco di Montemurlo, mi disse: porta anche questo. E così distribuivo l’Unità clandestina. Era solo una pagina».
Poi Bianco Tucci, socialista, gli dette da distribuire aanche l’Avanti.
Mari faceva anche altro. Tipo raccogliere i soldi fra gli industriali per sostenere la lotta partigiana. «Ma rilasciavo a tutti una ricevuta».
Arrivarono i giorni del 3 e 4 marzo 1944. Le fabbriche del Nord entrarono in sciopero. Fu una manifestazione clamorosa che fece infuriare Hitler.
Grande successo anche a Prato, unica città toscana ad incrociare le braccia.
«Il 3 marzo – ricorda Mari – mi mandarono a prendere i volantini. A Galciana da Florindo Simoni, detto il Ministro. Mi ci fasciarono tutta la pancia ed in bicicletta partii per la Briglia. Ma sulla strada per Vaiano c’era un posto di blocco. I tedeschi avevano fatto delle grandi buche sulla statale. Le avrebbero imbottite di tritolo per bloccare l’avanzata alleata.
«A quelle buche c’erano di guardia repubblichini e tedeschi. Un tedesco mi fermò e mi mise al muro. Erano quasi le 6 e stava per scendere il coprifuoco».
Il tedesco chiamò un repubblichino, che mi riconobe subito, lavorava anche lui al Forti. Dove eravate? «Al cinema». Alla fine non solo mi fecero passare ma mi dettero anche un lasciapassare per superare altri controlli anti-coprifuoco».
Ed il giorno dello sciopero? «Ero in giro e venni bloccato da una pattuglia. Domanda brusca:perchè non sei lavoro? La mia presenza di spirito mi salvo: entro alle 14 col secondo turno». Mi requisirono la carta di identità e mi dissero: vieni a ritirarla in fabbrica
Di quel gruppo di republichini faceva parte anche Fiorenzo Magni, grande ciclista pratese.
«Crede che posso fare il suo nome?».
Sì, il passato nero del rivale di Coppi e Bartali è arcinoto. Anc he se fu assolto.
«Alle 14 andai in fabbrica e successe una cosa strana. Il direttore della fabbrica mi dette la carta di identità e mi rimandò a casa. Ai tedeschi dirà: erano così in pochi al lavoro, inutile tenerli qui».
Lo sciopero andò benissimo, ma poi arrivò la rappresaglia. Hitler voleva 1900 deportati sui 40mila operai delle fabbriche pratesi. Alla fine furono 137 i deportati che finirono a Mauthausen. Ne torneranno 21.
C’è una polemica senza fine sul fatto che alcuni imprenditori avrebbero aiutato i nazifascisti a scegliere gli elementi da deportare.
Di sicuro nella fabbrica della Briglia non andò così. «Il proprietario era Fiorenzo Forti, ebreo. Riuscì a fuggire negli Stati Uniti grazie ad una soffiata che arrivò direttamente dal governo, a Roma. Partì nel 1939 dopo avere venduto fittiziamente l’azienda. In America si trovava bene perchè aveva lasciato grandissimi capitali. Si parlava di dollari, lingotti d’oro.
I lavoratori deportati, oltre che in strada, furono presi, come ricorda Giuseppe Gregori, alla Guido Lucchesi, alla Campolmi, alla Sbraci Vasco.
I militi della Guardia nazionale repubblicana andarono anche alla Figli di Michelangelo Calamai, ma quando stavano per portare via gli operai, un bombardamento mise in fuga tutti.
Quando finì la guerra, Mari fu chiamato alle armi dal nuovo esercito italiano e anche lì si trovo in mezzo alla bufera.
«Quando Pallante attentò a Togliatti, 1948, io era carrista a Bari. Gli ufficiali ci ordinarono: uscite con due carri armati, se succede qualcosa sparate ad alzo zero sulla folla».
Una volta in strada fumo affrontati da un ufficiale dei carabinieri. «Tornate in caserma – ci disse –e puntate i cannoni contro i vostri ufficiali. Altrimenti saremmo costretti ad arrestarli tutto».
La morale? Che nel 1948 «gli ufficiale erano ancora neri, fascisti. Mentre i carabinieri avevano ancora l’orgoglio di avere giurato fedeltà al Re».
Un ultimo episodio che ricorda cosa fu la guerra e cosa è stato questo uomo.
«Alcuni anni fa al congresso degli ex combattenti a Firenze venne fuori la proposta di dare un riconoscimento anche a chi aveva combattuto a Salò.
Mari si alzò in piedi per parlare. «Raccontai un episodio, Ero alla stazione di Vaiano, vidi arrivare un treno merci ma carico di nostri soldati deportati. Ai finestrini il filo spinato. Chiedevano aiuto, soprattutto un po’ d’acqua».
La scena che racconta Mari si vede anche in Schindler List.
«C’era un ragazzotto, zoppetto e per questo non lo avevano preso militare. Che andò claudicante ad una fontana, prese la canna e comincio ad annaffiare i carri per dare un poi di sollievo a chi era dentro».
Mari non dimenticherà il seguito: «Arrivarono un tedesco ed un repubblichino. Quest’ultimo lo colpì alla testa col calcio del fucile. E una volta a terra continuarono a colpirlo con calci e colpi di fucile. Io fuggii».
Il giorno dopo torno alla stazione. Chiesi di quel ragazzo. «Lo hanno portato via con un carretto, ma era un grumo di sangue. Per noi non ce l’ha fatta».«Questo ragazzo l’ho ancora negli oggi. Per questo non voglio nessun riconoscimento per i soldati di Salò».
Alla fine del suo intervento , ci fu l’applauso del convegno.
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