La manifestazione
Profughi al Palco, tra dolore e speranza
Tra i 40 siriani ci sono anche una giornalista con una figlia piccola e un ingegnere. IIeri la visita del vescovo Agostinelli
PRATO. Il primo giorno a Prato dei 40 profughi siriano è trascorso fra visite mediche, riposo e la gioia di riuscire a comunicare con amici e parenti tramite la connessione WiFi di Villa del Palco. Nonostante la stanchezza - un uomo di 57 anni ieri mattina è stato ricoverato in ospedale per affaticamento al cuore e poi dimesso in serata - i siriani sembrano tranquilli, quasi speranzosi che possa iniziare un periodo di relativa calma. Parlano un inglese molto stentato, ma riescono a raccontare le loro storie, la condizione però è che non si parli di politica, temono ripercussioni.
E così si scopre che nel gruppo c'è un ingegnere, un operaio specializzato nella lavorazione del marmo, tante casalinghe e una giornalista che è arrivata in Italia con la figlia, il marito è morto durante un bombardamento. La guerra l'hanno vista e fino a quando hanno potuto sono rimasti nella loro patria spostandosi da un paese all' altro. «Siamo scappati perchè avevamo paura per i nostri bambini».
C'è una mamma con quattro figli piccoli che le stanno continuamente vicino. La decisione di scappare è maturata una settimana fa con destinazione l' Italia per poi proseguire verso il nord Europa. «Abbiamo viaggiato per cinque giorni, gli ultimi due in un barcone di 14 metri per 4, dovevamo stare accovacciati perchè eravamo in 310 e non c'era posto per tutti».
Durante la navigazione si sono persi e sono stati salvati in mare da un' imbarcazione probabilmente italiana che li ha condotti nel porto di Augusta. Ora devono aspettare di chiedere il permesso di soggiorno come rifugiati, intanto verranno identificati. «Abbiamo scelto di dare la priorità alla parte sanitaria – ha spiegato il prefetto Maria Laura Simonetti - e poi sbrigare tutte le altre procedure. Nella prossima settimana verrà decisa la struttura dove alloggiare i profughi. Intanto ringrazio la Caritas, la Diocesi e tutti i volontari che hanno permesso di organizzare l'accoglienza in pochissimo tempo».
Per ora c'è l'ipotesi di una cooperativa sociale disposta a firmare la convenzione, poi si dovrà valutare se la soluzione migliore è quella di dividerli per nuclei famigliari o lasciarli tutti insieme. Apparentemente non sembra esserci grossi conflitti, sebbene alcuni abbiano origini palestinesi. Le donne con i loro foulard sono la maggioranza (21), e hanno storie diverse da raccontare: la maggior parte sono casalinghe, qualcuna a Damasco studiava, una era giornalista e guarda con attenzione il lavoro dei colleghi italiani. «Anch'io andavo tra le gente a fare interviste – ricorda- mi occupavo soprattutto della questione femminile. Lavoravo per un settimanale gestito da un editore privato».
Quella vita sembra ormai un ricordo, ora bisogna pensare al futuro, soprattutto a quella di sua figlia di pochi anni che dovrà crescere senza il padre, anche se per i siriani il senso della famiglia è forte. Oltre alla giornalista nel gruppo delle donne c'è anche una signora di 67 anni che racconta di aver perso sotto i bombardamenti almeno 60 parenti. Ci sono poi tanti bambini per i quali è stata allestita una sala giochi, anche se alla Villa del Palco lo spazio per correre non manca.
Più taciturni gli uomini, mentre le adolescenti hanno tanta voglia di parlare di raccontare e quando non riescono ad esprimersi in inglese lo fanno a gesti. Sono incuriosite soprattutto dai giornalisti presenti, vogliano sapere dove abitano, che rapporto hanno, dove lavorano. Guardano gli orecchini che le italiane portano, loro non hanno più niente tutti gli effetti personali sono stati buttati a mare per alleggerire il carico. Nel pomeriggio è arrivato alla villa anche il vescovo Franco Agostinelli. «Sono venuto a rendere omaggio a chi ha tanto sofferto. Ho amici in Siria di cui non ho più notizie dall' inizio della guerra».
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