Finanza
Centodiecimila euro per il silenzio
Una delle confezioniste arrestate è volata in Cina per offrire un risarcimento alle famiglie delle vittime dell’incendio
PRATO. Centodiecimila euro per ogni famiglia. Questo il risarcimento versato, o solo promesso, da Lin You Lan ai parenti dei sette operai cinesi morti nell’incendio della confezione Teresa Moda, lo scorso 1° dicembre in via Toscana. Lo ha accertato la squadra mobile della polizia nel corso delle indagini che giovedì hanno portato all’arresto della donna, 42 anni, insieme alla sorella Lin Youli, 39 anni, al cognato Hu Xiaoping, 40 anni, e ai due proprietari italiani del capannone, i fratelli Massimo e Giacomo Pellegrini, di 47 e 41 anni.
Secondo quanto ricostruito, e poi confermato da alcuni dei parenti degli operai morti, subito dopo l’incendio Lin You Lan - scomparsa per alcune settimane dopo la strage e poi rientrata a Prato - è volata in Cina e si è messa in contatto con le famiglie delle vittime, alle quali avrebbe promesso 110.000 euro a testa. Una cifra enorme se paragonata al reddito medio cinese, ma che evidentemente le sorelle cinesi erano in grado di pagare coi guadagni realizzati a Prato. Così facendo, speravano di convincere i testimoni a non metterle nei guai.
Secondo quanto risulta alla squadra mobile, il Consolato cinese di Firenze, davanti al quale i parenti delle vittime hanno inscenato una manifestazione di protesta lo scorso 8 gennaio (cui seguì il 28 gennaio un’analoga manifestazione davanti all’Ambasciata di Roma), sarebbe stato al corrente e avrebbe collaborato alla buona riuscita degli accordi economici raggiunti in Cina, ma non ne ha mai informato le autorità italiane.
La questione assume una certa rilevanza anche perché potrebbe sbloccare una situazione che sta diventando grottesca, quella dei mancati funerali di sei delle sette vittime dell’incendio, i cui corpi sono ancora bloccati all’obitorio dell’ospedale, in attesa che i familiari diano alla Pubblica Assistenza il via libera alla cremazione. Finora i parenti hanno fatto capire che non avrebbero dato il consenso ai funerali fin quando non fossero stati risarciti, ma se davvero un accordo è stato trovato, a questo punto i funerali potrebbero essere fatti. Solo in teoria, però, perché i familiari delle vittime non sono più accampati nel pronto moda di via Val d’Aosta delle sorelle Lin (e questo farebbe pensare che si ritengono soddisfatti del risarcimento versato o promesso) ma nessuno in realtà sa dove siano e il via libera ai funerali ancora non c’è.
Alcuni di loro, nei giorni immediatamente seguenti alla tragedia di dicembre, dissero che avrebbero volentieri preso il posto dei loro congiunti morti nel rogo (ovviamente in un’altra confezione). Un atteggiamento simile a quello di uno dei sopravvissuti all’incendio (gli altri sono finiti in carcere) che, sentito dalla polizia, ha detto che avrebbe cercato al più presto un’altra occupazione in una confezione cinese, alle stesse condizioni offerte dai titolari della Teresa Moda. «Sono venuto per fare questo mestiere - ha detto - e si guadagna bene».
L’eredità più importante che lascerà l’inchiesta del sostituto procuratore Lorenzo Gestri riguarda quelli che ancora dicono di non sapere.
«Abbiamo messo un punto a tante chiacchiere - commenta il vice questore Francesco Nannucci, capo della squadra mobile - È una svolta alla filosofia dei controllli. Ora tutti sanno e nessuno potrà dire di non sapere o di non aver saputo».
Paolo Nencioni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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