Il Tirreno

Prato

Cinque anni di abusi il caso Teresa Moda

di Ilenia Reali
Cinque anni di abusi il caso Teresa Moda

Ecco il distretto cinese secondo le indagini sulla tragedia del Macrolotto Asm ha misurato per tre volte il soppalco per calcolare la tassa sui rifiuti

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PRATO. Ottanta pagine che raccontano l'organizzazione del lavoro nel pronto moda Teresa Moda, i giorni immediatamente successivi e il mondo del distretto cinese con le aziende che chiudono e aprono negli stessi capannoni cambiando ragione sociale e continuando a lavorare. Attività dove ufficialmente risultano prestanome irrintracciabili ma operano direttamente famiglie che da anni vivono a Prato. Ottanta pagine dove scorrono nomi e volti, cinesi e pratesi, che con questo distretto sistematicamente fanno affari, spesso chiudendo gli occhi su ciò che vedono di illegale in questi stanzoni, spesso trasformati in prigioni. Gli abusi edilizi, emerge nel lavoro di indagine, erano presenti nel magazzino del Teresa Moda da cinque anni.

Cinque anni in cui perfino Asm, l’azienda municipalizzata, ha effettuato tre sopralluoghi per calcolare quanto gli affittuari avrebbero dovuto pagare di tassa sui rifiuti considerando anche i metri del soppalco.

L’organizzazione del lavoro. Le indagini hanno permesso di ricostruire quali erano le regole all’interno del pronto moda. Di fatto emerge come si vive e si lavora all’interno delle aziende cinesi. I lavoratori lavoravano tra le 13 e le 17 ore giornaliere , dall’ora di pranzo fino a notte inoltrata, senza riposo settimanale e con una tariffa oraria variabile tra i due e i tre euro circa.

Tra i lavoratori della Teresa Moda c’era anche chi lavorava a cottimo. I lavoratori, a nero, non avevano facoltà di organizzarsi il lavoro ed erano dipendenti della donna che gestiva la confezione. Anche la sera prima dell’incendio avevano lavorato fino alle 2 di notte. Non a caso infatti molti di loro avevano prestato la loro attività anche per le altre aziende che a partire dal gennaio 2008 si erano insediate nel capannone di via Toscana e che sempre sotto la guida dei tre avevano cambiato nome e prestanome, Stireria Lana, Eva, J&M.

Le cause della morte. E’ probabile che la maggioranza dei lavoratori possa aver trovato la morte per intossicazione dal momento che nell’incendio si sarebbero sprigionate elevatissime quantità di “acido clorico gassoso”, un gas corrosivo per la pelle e le mucose. Inoltre in base alla realizzazione del soppalco sarebbe stato difficile per i lavoratori che si trovavano al secondo piano riuscire a fuggire dal momento che dovevano andare verso la parte del posteriore del capannone e da qui scendere le scale e poi tornare indietro verso l’uscita percorrendo complessivamente 60 metri. Un percorso che ha fatto sì che alcuni rimanessero intrappolati.

Il tentativo di far tacere i parenti delle vittime. Emerge da un’intercettazione telefonica, pochi giorni dopo la disgrazia, che la moglie di uno degli operai morti nel rogo chiami una delle titolari e chieda un risarcimento per la morte del congiunto. In quest’occasione la donna spiega come sia utile che lei non venga arrestata dal momento che ha intenzione di pagare una cifra da sommare a quella dell’assicurazione dato che il marito era uno dei pochi lavoratori in regola. Invita quindi la moglie a tacere e a non raccontare cosa accadeva al Teresa Moda.

Cinque anni di abusi edilizi. In base all’attività di indagine i soppalchi sarebbero stati realizzati nel magazzino nel 2008. Gli inquirenti hanno sentito molte persone che frequentavano l’azienda e rintracciato la società che aveva venduto le 53 lastre di cartongesso. Nelle indagini è emerso anche che i tecnici dell’Asm, incaricati per la società municipalizzati di fare i rilievi planimetrici sul capannone di via Toscana per determinare la tassa sui rifiuti che le ditte cinesi succedutesi nella locazione in tre occasioni (nel 2008, nel 2009 e nel settembre 2012) rilevavano ai fini del conteggio la zona soppalcata quantificandone lo sviluppo in metri quadrati. In questo periodo nel capannone di via Toscana sono subentrate quattro aziende e che l’attività all’interno non si sarebbe mai interrotta.

Le cause della morte. E’ probabile che la maggioranza dei lavoratori possa aver trovato la morte per intossicazione dal momento che nell’incendio si sarebbero sprigionate elevatissime quantità di “acido clorico gassoso”, un gas corrosivo per la pelle e le mucose. Inoltre in base alla realizzazione del soppalco sarebbe stato difficile per i lavoratori che si trovavano al secondo piano riuscire a fuggire dal momento che dovevano andare verso la parte del posteriore del capannone e da qui scendere le scale e poi tornare indietro verso l’uscita percorrendo complessivamente 60 metri. Un percorso che ha fatto sì che alcuni rimanessero intrappolati.

Le amiche-sorelle-padrone. Lin You Lan (conosciuta come Monica), ritenuta l’amministratrice della Teresa Moda, appare su uno dei primi video realizzati la mattina della tragedia. Sentita dagli inquirenti riferisce di essere stata chiamata da “una sua connazionale Lin Youli” definita “un’amica molto spaventata”. In realtà Youli è la sorella di Lan (tutti le conoscevano le “Jiemei”, sorelle) e non sarebbe come riferito inizialmente ospite, insieme al marito, della vera titolare che “da qualche mese si sarebbe trasferita in Cina”.Salvo poi scoprire che la donna poteva operare sul conto corrente dell’azienda. La coppia, insieme al figlio piccolo, avrebbe trascorso la notte nell’unica zona in muratura all’interno del capannone e in prossimità dell’accesso del capannone.

Una posizione che avrebbe consentito loro, a differenza degli altri, di salvarsi.

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