Italia
Non sono una malata immaginaria
La donna protagonista del "miracolo” in Tribunale a Prato racconta sette anni di sofferenze dopo un’operazione sbagliata
PRATO. Non è una malata immaginaria la cinquantenne pratese di cui abbiamo scritto la scorsa settimana nell'articolo su un processo nel quale un medico anestesista di Carmignano è imputato per lesioni colpose, in seguito a un intervento chirurgico eseguito nel 2007 a Villa Fiorita, del quale la signora porta ancora i postumi essendo costretta a camminare aiutandosi con una stampella.
La scena raccontata da più di un testimone era surreale: il giudice concede un rinvio, la signora si alza, protesta, lascia la stampella ed esce a passo svelto dall'aula, prima di accusare un malore. La scena raccontata dalla diretta interessata e dal marito, presente in aula, è diversa.
«Non ho lasciato la stampella, ho detto che era un'ingiustizia, il giudice mi ha detto di calmarmi, che mi avrebbe fatta allontanare dai carabinieri, e allora sono uscita, poi mi sono accasciata su una sedia, ho buttato via la stampella, il giubbotto e la borsa. Credo di aver perso i sensi, sono stata soccorsa da un'ambulanza».
La signora ci riceve nella sua casa dopo alcuni giorni in cui dice di aver patito le pene dell'inferno per colpa di quella ricostruzione. Anche perché, nonostante nell'articolo non si facessero i nomi dei protagonisti (e non lo si faccia nemmeno ora, su richiesta della signora), qualcuno l'ha riconosciuta e si è spinto a insultarla sul suo profilo Facebook (forse li querelerà). Una cosa è certa: da sette anni la sua gamba sinistra non funziona più come dovrebbe, da quel 22 gennaio 2007 in cui si sottopose a un intervento di routine, un'artroscopia al ginocchio.
Fu sottoposta a un'anestesia spinale, poi operata, ma ancor prima dell'intervento avvertì i sanitari che c'era qualcosa che non andava. Dopo l'operazione le dissero di non preoccuparsi e la dimisero. «Ma io continuavo a sentire come un sacco di patate sulla gamba - racconta - E quando dopo una settimana riuscii a contattare il chirurgo, mi fece tornare subito in clinica. Nel corridoio lo sentii litigare con l'anestesista. Gli chiedeva perché mi avevano dimessa».
Si scoprirà più tardi che un nervo era stato lesionato irrimediabilmente (ipostenia persistente, danno neurogeno al quadricipite, si legge nei referti), e per questo la signora ha accettato un risarcimento dall'assicurazione dell'Asl e non si è costituita parte civile al processo. Partecipa alle udienze, assistita dall'avvocato Cristiano Calussi, come persona offesa. Dunque non è una questione di soldi, dice, ma solo di giustizia. In attesa di averla, questa giustizia, vuole chiarire anche un altro aspetto. Le hanno assegnato un 60% di invalidità e beneficia di alcune agevolazioni della legge 104/92 per l'assistenza alle persone disabili, ma non percepisce alcuna indennità di invalidità. Anzi, ha avuto più di un problema sul lavoro, è stata costretta a chiedere il part time perché ancora oggi deve fare fisioterapia due volte alla settimana. «Ma quale miracolo… - sospira - L'anno scorso sono andata a Lourdes e il miracolo non l'ho avuto nemmeno lì».
Una delle cose che più colpisce nel suo racconto è quello che dice del medico anestesista. «Dopo quell'intervento non l'ho più visto, nemmeno una volta è venuto a trovarmi. Mentre l'ortopedico è venuto diverse volte, anche a casa, mi ha regalato uno stimolatore». L'ortopedico è uscito quasi subito dal processo, mentre l'anestesista è in attesa della sentenza, a giugno.
La perizia redatta dal consulente tecnico d'ufficio Brunero Begliomini avanzerebbe qualche dubbio sulla responsabilità dell'anestesista nelle lesioni patite dalla paziente. Se anche lui venisse assolto, non ci sarebbero colpevoli per quella gamba che non funziona più. E che ha cambiato la vita di questa cinquantenne: «Da sette anni non so più che cosa significa ridere. Se arrivo in fondo alla strada, poi non riesco a tornare indietro».
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