Il Tirreno

Prato

In fabbrica, correndo sul monopattino verso il futuro

di Cristina Orsini
In fabbrica, correndo sul monopattino verso il futuro

Un viaggio in sette luoghi di lavoro recuperati di Prato: da ex fabbriche tessili a spazi di creatività e di affari. Si parte dal loft in periferia ora studio fotografico per finire nella storica azienda di tappeti in piazza Mercatale ora spazio di design

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PRATO. Mentre Prato faceva un passo indietro, loro ne facevano due avanti. Usando ciò che avevano già a disposizione: un pizzico di creatività, coraggio e qualcosa da "riciclare". Insomma la sapienza del fare che è la cifra di Prato. Questo è un viaggio in sette luoghi di lavoro trasformati, sintesi della complessità della città: architetture, design e colore in ex capannoni industriali dismessi diventati uffici-fabbriche-magazzini-loft che non sono solo belli ma nei quali attività c'è. Per sei di questi si parte dal tessile, lo si supera e vi si fa ritorno alla grande, uno è l'esempio di come si trasforma, dal punto di vista architettonico, la storia minima di una città conservandone l'anima.

Un viaggio ad anelli concentrici, dalla periferia al centro storico, in compagnia di un architetto curioso di Prato, che ama scoprirne gli aspetti nascosti, Valerio Barberis, che ha firmato assieme ai colleghi dello studio Mdu Architetti, il recupero-paradigamtico delle cosiddette aree dismesse cittadine (capannoni ex industriali, aree che messe assieme assommano a un milione di metri quadrati di superfici da usare): quello della Camera di Commercio in via del Romito.

 

"Prato è la città del rifare - dice Barberis - questo è il tema e da qui bisogna partire. Il perché è evidente: la città è cambiata, piena di contraddizioni, multiculturale, poi c'è la crisi e lo sforzo a uscirne. In una parola è il luogo della contemporaneità, vissuta in modo tumultuoso ma sempre percepita. E siccome Prato ha nel dna la capacità di manipolare e sperimentare che viene dal mettere insieme la trama e l'ordito, i fili e i colori, riesce anche a dare risposte".

 

LA MAPPA DEGLI EX CAPANNONI INDUSTRIALI PROTAGONISTI DEL TOUR

E a collocarle nello spazio e nel tempo: trame e ordito anche nell'architettura. "E sì - continua Barberis - perché se uno è un pochino sveglio lo capisce subito che un capannone un posto ganzo". Dunque entriamo nel primo, in via Fratelli Da Maiano 20, primissima periferia di Prato. Entrata con "bandone" (serranda in pratese) di ferro e porticina. Insegna anonima "Lineashow". Ti aspetti pezze e macchinari e invece, oltrepassato l'ingresso, c'è arte (il titolare ne è amante e promotore), modernità, lavoro. È lo studio del fotografo Carlo Gianni, di sicuro il capostipite dei "riciclatori" di magazzini. "Siamo qui dal 1976 - dice - prima di noi c'erano i telai. E per fare vedere come era ho tenuto il pavimento con le macchie di acido che colava dagli ingranaggi".Pavimento macchiato sì, ma ambiente di design: spazi bianchi, mobili minimal, soffitti alti, lo studio di posa dai muri neri con una squarcio di vecchi mattoni a vista, in fondo al capannone con strumentazione super professionale. E qui è là pezzi curiosi: un forno rotondo turco, una turbine che sembra un'installazione. Che l'arte, nell'ex capannone di Gianni, si mescoli al lavoro è evidente: in giro c'è il pittore pratese Massimo Barzagli con personali anche al Pecci, amico del fotografo. Cosa fa Gianni? Si è specializzato nella presentazione sul web delle collezione di stilisti del calibro di Patrizia Pepe e Roy Roger's, servizi venduti "chiavi in mano". Ovvero Gianni e il suo staff (l'argentino Andres Sarlosi, sua figlia Elisa e Lorenzo Gori) procurano modelli e staff tecnico (truccatore, parrucchiere, sarte eccetera) lavorando almeno in tre, riescono a scattare 100-120 al giorno "ed è per questo - conclude Gianni - che riusciamo a fare prezzi concorrenziali".

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(Il fotografo Carlo Gianni nel suo loft in via Fratelli da Majano) Clicca sulla foto e guarda la fotogalleria

Qualche chilometro in auto per arrivare a Fornacelle, frazione di Montemurlo, il paesone più popoloso della provincia di Prato. In via Bisenzio, al civico 18, c'è un'insegna colorate e stravagante fatta con il recupero delle lettere luminose di altre insegne: "Fratelli Conforti", ingrosso di tessuti pregiati dal 1948 che vende in tutto il mondo.

Edificio industriale era, edificio industriale è rimasto, solo che dentro lo spazio è un esplosione di colori: alzi la testa è c'è la composizione avveniristica di tubi e allacciamenti stile Beaubourg parigino, si abbassano gli occhi e alle pareti copie di opere d'arte tessute, da Klimt a Andy Warhol e poi pezze di tutti i tipi di tessuti e colori. "Parcheggiati" tra le pezze due monopattini, un biciclette e una tavola longboard (variante più lunga dello skateboard) sui quali proprietari e dipendenti si spostano, all'interno del capannone, per fare prima.

 

Non manca il tavolo da ping pong "perché oltre a lavorare - spiega Giovanni, uno dei fratelli Conforti (gli altri sono Francesco e Lucia, ma in fabbrica continuano a lavorare i fratelli senior genitori degli attuali titolari) - qualche volta bisogna anche distrarsi". Che dicono i sette dipendenti della Fratelli Conforti? "Qui è come stare a casa e in più ci divertiamo ". (Nel video Giovanni Conforti)

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In via De Amicis 44, di nuovo a Prato, zona Santa Lucia, c'è un'altra serranda anonima, oltrepassata la qual si apre un mondo di ricerca, storia e passione. L'ambiente è rimasto tale e quale: un ex capannoncino di quelli sotto casa che ospitavano una manciata di telai che "giravano" giorno e notte. Proprio quelli che hanno fatto dire all'urbanista Bernardo Secchi, che ha firmato l'ultimo Prg di Prato, che questa è la città della mixitè. Bè, oltre il tessile rimane la passione per la "militaria" di Alessandro Targetti, 52 anni, che il suo tesoro, fatto di divise, anche rarissime, ritratti di Hitler piuttosto che di Mussolini, oggetti, scarpe, fibbie, elmetti, li tiene dietro quell'uscio senza nome. La società alla quale si rivolgono, via internet, collezionisti da tutto il mondo, si chiama RBNr "ed era - spiega Targetti - la sigla dietro la quale si nascondeva l'indicazione cifrata delle imprese che lavoravano per la macchina bellica tedesca". Un mondo straordinario quello di Targetti che ha un'origine precisa: Prato durante e dopo la seconda guerra mondiale era il punto di raccolta degli indumenti tedeschi mentre quelli americani finivano a Camp Derby a Livorno. A Prato si trovava di tutto e da lì Alessandro Targetti ha cominciato per sviluppare una passione che poi si è trasformata in occupazione principale: frugando tra gli stracci. "La mia storia parte dal tessile - racconta Alessandro- come quasi tutti a Prato. Per vent'anni ho lavora in una fabbrica del gruppo Balli poi sono entrato nel gruppo Fedora (fallito negli anni Duemila) e dopo il crac mi sono reinventato". Con successo.

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(Alessandro Targetti nel suo ex capannoncino dove vende militaria). Clicca sulla foto a guarda la fotogalleria

Da Santa Lucia al centro storico, in piazza San Marco. Al civico 13 c'è l'ingresso di uno spazio che ha poco a che vedere con Prato molto con New York. E' lo studio di architettura-spazio espositivo, Lato dove lavora l'architetto Luca Gambarcorti (sua la ristrutturazione), appassionato di design e di arte, assieme a un pool di giovanissimi professionisti. Linee pulite, volumi, geometrie, contrasti, nel loft di tre piani ricavato dalla ex tessitura anni Cinquanta di Domelio Romagnoli, diventata poco più di un rudere e acquistata nel 2006 da Gambacorti. Quattro anni di progetti e cantiere poi nasce Lato. Entri e sei in una galleria d'arte: luce soffusa, opere alle pareti. Sali le scale metallo su bianco-calce e sei nell'area di lavoro; sali ancora di un piano e arrivi al tetto dove la copertura dell'ex fabbrica è stata mantenuta: travi ricoperte e geometrie. E' lo spazio dedicato ai party. La cifra del loft è il recupero: di spazi e non solo. Il tavolo dove gli architetti lavorano, tanto per fare un esempio, è la grande porta in legno della tessitura, il tavolino nel cucinotto (ricavato in un soppalco) è sorretto da un subbio, il meccanismo attorno al quale si avvolgeva il filato. "E' uno spazio che si può utilizzare in tanti modi - dice Gambacorti - rispecchia la contemporaneità, oggi bisogna fare così, non è vero?".

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(Lo studio Lato di Luca Gambacorti, com'era e com'è). Clicca sulla foto e guarda la fotogalleria

Pochi passi in direzione Piazza del Comune, lungo via Mazzini, poi una svolta a destra per raggiungere via del Carmine. Proprio in quella strada, poco più di un vicolo, di fronte alla mensa dei Poveri La Pira, c'è un edificio a un piano, ristrutturato, che si sviluppa in lunghezza e che in un rosone di stucco dichiara ciò che era: il macello dei cavalli in uso fino agli anni Venti-Trenta dello scorso secolo. L'edificio ha avuto tante anime: è diventato un ingrosso di biancheria, si è trasformato in un galleria d'arte (2006), infine del 2011 è ha mutato un'altra volta per trasformarsi nella sede prestigiosa di uno studio associato di commercialisti: Baldini, Ballerni e Sanesi (studio Bbs). La ristrutturazione è stata firmata dall'architetto Gambacorta e si vede: "Abbiamo voluto mantenere lo stile industriale - spiega Stefano Ballerini, uno dei giovani commercialisti dello studio - recuperando le strutture architettoniche delle coperture, per esempio, e prediligendo vetro, acciaio, legno, linee pulite e materiali poveri". Ed è, quest'ultima, una delle caratteristiche delle ristrutturazioni firmate Gambacorta. Un esempio? Il pavimento dello studio - due piani, uno soppalcato - è stato fatto utilizzando il materiale interno dei mobili di compensato. Ciò che colpisce, entrando, oltre al salone altissimo nel quale i commercialisti organizzano anche mostre, è la scala centrale: acciaio e vetro per separe le due ali di uffici. In fondo c'è uno spazio del quale i commercialisti vanno particolarmente orgoglioso: "E' un locale che abbiamo destinato al co working. Fino a qualche tempo- conclude Ballerini - fa le sei scrivanie erano tutte occupate". Computer, wifi, contenitori, apparecchiature elettroniche: il futuro del lavoro under trenta.

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(Lo studio di commercialisti Bbs in via del Carmine com'era e com'è). Clicca sulla foto e guarda la fotogalleria

Via del Carmine sfocia in piazza Mercatale, tra le più belle e meno valorizzate piazze di Prato. Svoltando a sinistra, fatti pochi metri, si fa capolino su una corte che immediatamente appare per quel che è: un microcosmo di nostalgie e contemporaneità, di "c'era una volta" e futuro. E' la Corte del Trincia un pezzetto di città sconosciuto e dalla storia antica: tanto tempo fa, anche grazie alla gora che di lì passava, la ditta Pugi (oggi la sede è a Quarrata) faceva tappeti pregiati, tanto da essere venduti anche nelle corti d'Europa. Quello spazio è poi diventato il ricovero dei giovani artisti pratesi (anni Ottanta), infine e stato preso, ribalto e trasformato in un tempio di creatività. Declinata due volte.

La prima sull'architettura applicata. Infatti una piccola porzione della Corte del Trincia è occupata dalla studio Mdu Architetti: scala ripida, spazio con soppalco pieno rigurgitante di vita, lavori, disegni, progetti, schemi, numeri e idee dei sei architetti (tra i quali Valerio Barberis) che lì lavorano. Sono stati loro a progettare la nuova Camera di Commercio il paradigma, appunto, del recupero dei capannoni industriali.

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(Nella corte del Trincia lo studio Mdu). Clicca sulla foto e guarda la fotogalleria

La seconda sull'architettura vissuta. Uscendo dallo studio Mdu, quasi di fronte, superate un paio di cancellate dalle linee curve che mettono quasi soggezione, si arriva in uno spazio che è un mondo parallelo in miniatura.

È lo studio di Riccardo Rami, perito tessile diplomato al Buzzi, creativo a dir poco, stilista, designer, sognatore e realizzatore. E' lì che la ditta Pugi faceva tappeti e Rami proprio dove c'era il pozzo ha creato una cascata. Lì si lavora (si ideano collezione di vestiti e molto altro), si vende (c'è sempre qualche cliente che attende), si cuciono gli ultimi dettagli (una manciata di dipendenti seduti su sgabelli di design attorno al un grande tavolo di legno grezzo, dietro una parete di metallo traforata ad esagoni e attorno piante rigogliose). Rami di sé stesso dice: "Sono un pazzo scatenato". Una visione che ben rappresenta il loft: c'è tutto in quegli spazi, il calore dell'oriente, la stravaganza, la magia, l'invenzione, legno, plastica, metallo, odore di legno,di spezie e d'affari. (Nel video Riccardo Rami nel suo loft nella Corte del Trincia)

In quell'angolo spuntano i modelli delle nuove collezione appesi a un'asta a vista (tra l'altro Rami lavora con il John Malkovich stilista e produce collezioni e idee per stilisti di Tokio, Shanghai, Istanbul e Chandigarh, ), in quell'altro c'è una mensola che pare reggersi a mezz'aria (disegnata e realizzata dal Rami interior design che vede mobili, pezzi unici, a teatri o per allestimenti particolari), all'ingresso c'è il recinto delle papere di legno ("Le ho trovate, mi sono piaciute, le ho messe lì"), nell'altra stanza invece c'è un vecchio inginocchiatoio che ti accoglie appena entri. E' la fabbrica dei sogni di Rami, uno strano, affascinante insieme di recupero, futuro, sregolatezza, armonia . "Qui - dice Rami - ho messo tutte le cose che sognavo da piccino e che ho trovato nella mia vita vagabonda". E allora in quell'angolo dell'ex fabbrica di tappeti c'è il giardino zen (una stanza con gradi vetrate, che si colloca tra il Giappone e la Svezia, con arredamento in tek tutto made in Rami) dal quale si esce su due cortili interni. Uno, il più grande, ha la facciata stuccata con un motivo floreale: "Una specie di albero che si può ripetere all'infinito" dice Rami. E rientra, perché ha già un'altra idea che non può aspettare.

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(La Corte del Trincia in piazza mercatale com'era e com'è). Clicca sulla foto a guarda la fotogalleria

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