Il Tirreno

Prato

Un raggiro che ha le tinte di una commedia all’italiana

La storia delle indagini sul presunto truffatore Bruno Bartoli, pronto a vestire i panni del giudice o del capitano Ultimo, a seconda del contesto

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PRATO. Questa è una storia che sarebbe piaciuta ad Alberto Sordi e a Vittorio Gassman, una truffa da commedia all'italiana, dove gli attori fanno più di una parte in copione e le situazioni si complicano via via, fino alla liberatoria risata finale. C'è il finto magistrato con tanto di scorta e segretario fasullo, c'è quello che si fa passare per il cardinale Ruini e il giorno dopo è Ultimo, il capitano dei carabinieri che arrestò Totò Riina, c'è un candidato Udc da finanziare e c'è la porta dell'ufficio di un potente giudice, che si rivelerà più tardi nient'altro che l'entrata di un cesso...

L'unica cosa ragionevolemente certa è che qualcuno si è messo in tasca un sacco di soldi e molti altri li hanno persi, in prima fila la signora Christiane Rivaux, madre dei calciatori Christian e Massimiliano Vieri, che per conto di Bobo avrebbe investito due milioni e mezzo di euro e se li è visti sfilare da sotto al naso. La signora del resto è in buona compagnia, perché tra gli oltre quaranta truffati, molti dei quali pratesi, c'è anche un altro Cristian che si guadagnava da vivere dando calci al pallone, il milanista Cristian Brocchi, amico e socio di Vieri nella "Baci & Abbracci". Una commedia agro-dolce, dunque, dove alla fine pochi ridono e molti piangono. Anche perché si calcola che i soldi spariti siano circa 7 milioni di euro.

Il regista. All'origine di tutto, secondo la Procura e la guardia di finanza di Siena che nel 2007 l'ha arrestato con l'accusa di associazione a delinquere, truffa, falso, millantato credito e sostituzione di persona, ci sarebbe Bruno Bartoli, 52 anni, nativo di Colle Val d'Elsa e domiciliato a San Casciano. Un personaggio singolare, conosciuto in Valdelsa come il "cuoco di Clinton" da quando, nei primi anni Novanta, convinse un po' di gente che sarebbe andato a cucinare per il presidente americano e si fece dare somme di denaro con la promessa di portare con sé gli amici a Washington, dove ovviamente nessuno lo conosce. Insieme a lui è stata arrestata la convivente Elisabetta Staroccia e indagata una terza persona.

Le aste pilotate. Intercettando conversazioni telefoniche, i finanzieri senesi hanno capito che Bartoli, parlando con l'imprenditore pratese Stefano Gori, si faceva passare prima per tale Romano Santarelli, segretario di un inesistente sostituto procuratore Bruno Nencini di Firenze, e poi per lo stesso magistrato. Si parlava di affari, della "madre del calciatore" e di "una fornitura per 10 milioni di euro alla Ferré". I finanzieri hanno sentito odore di truffa e hanno convocato Gori, che al secondo tentativo ha ammesso di aver conosciuto il falso magistrato nel 2001. Credendolo un giudice, dice Gori, si è bevuto la sua storia, e cioè che facesse parte di un gruppo di potere insieme a ufficiali dei carabinieri, prelati del Vaticano e un esponente di un partito di centro, un gruppo in grado di pilotare lucrose aste immobiliari a Roma. Entrare nell'affare era molto semplice: bastava versare denaro contante, dichiarare di voler partecipare all'asta e poi ritirarsi. In cambio si sarebbe ottenuto un utile fino a dieci volte la somma versata.

Il capitano Ultimo. La fantasia non fa certo difetto a Bruno Bartoli, se è vero, come riferisce Gori, che una sera a cena rivelò all'amico pratese il suo terribile segreto: di essere cioè l'ufficiale dei carabinieri che arrestò Totò Riina, di aver assunto un nome di copertura e di aver cambiato lavoro per proteggere la sua famiglia. E piangeva calde lacrime vedendo in tv la fiction sul capitano Ultimo interpretata da Raul Bova...

Arrivano i pratesi. E' a questo punto che entrano in scena i personaggi pratesi. Gori infatti riferisce di aver introdotto nel sistema delle aste pilotate il proprio promotore finanziario, Massimiliano Avietti, ex Ing ora Azimut (ora prosciolto dalle accuse), e l'imprenditore Gianni Pagliai (amministratore della Viscofil di Montemurlo). Avietti a sua volta avrebbe proposto l'affare a Christiane Rivaux, che diventerà il maggior investitore con due milioni e mezzo. Il racconto coincide in parte con quello che la signora Maria Teresa Ferri, 57 anni, agente immobiliare piacentina con uffici a Milano, farà poi in un esposto alla Procura lombarda. La signora Ferri, già socia della madre di Vieri nella società "Lo squalo bianco", poi Ptl, ha versato 300.000 euro ed è stata la prima a sospettare la truffa. Riferisce di aver accettato nel 2004 la proposta di Avietti di investire nelle aste immobiliari romane fidandosi dell'amica Christiane. Col senno di poi, dà un po' di colpa alla madre di Bobo, ma allo stato degli atti la signora Rivaux è soltanto la più grande delle parti lese. E anche lei ha presentato un esposto in Procura, stavolta a Prato.

Il colpo di genio. Se la truffa è in certi casi un'arte, seppur criminale, a un certo punto serve il colpo di genio. Stando alla ricostruzione della Finanza di Siena, questo è accaduto nel maggio del 2004, quando la signora Ferri viene convocata per due volte a Roma insieme al marito. L'appuntamento è all'interno del Palazzo di giustizia, in piazzale Clodio. Qui la signora riferisce di aver consegnato 300.000 euro in due tranche al promotore Avietti (lo conferma Gori) senza ricevere in cambio ricevute. Il suo contatto avrebbe dovuto parlare col giudice ben introdotto nel sistema, mentre i clienti aspettavano nel corridoio. In entrambi i casi sarebbe uscito dall'ufficio del giudice con un elenco di immobili (uno dei quali in piazza di Spagna) dicendo che era tutto a posto. Uscendo dal Tribunale, i coniugi Ferri incontrano Nadia Brocchi ed Evelin Pocorobba, madre e futura moglie di Cristian Brocchi, anche loro coinvolte nel lucroso investimento. Solo un paio di anni più tardi la signora Ferri ha verificato che la porta del presunto giudice era in realtà l'ingresso dei bagni.

Il cardinale. Nel frattempo, racconta Stefano Gori alla Finanza di Siena, Bruno Bartoli gli avrebbe proposto un affare da 10 milioni con la casa di moda Ferré. Un imprenditore amico avrebbe prodotto campioni di stoffa e realizzato una linea di produzione in Cina con relativo marchio. In questo contesto Gori riferisce anche di aver ricevuto una telefonata niente meno che dal cardinale Camillo Ruini, che sollecitava un'offerta di 200.000 euro per opere di bene nel Terzo mondo, e una successiva chiamata dall'alto prelato che lo ringraziava ed elogiava l'inesistente magistrato Nencini. Tutto fumo, com'è evidente.

Il candidato. Stesso discorso per una raccolta di fondi di cui è rimasta traccia negli atti della Finanza. I soldi, 160.000 euro, avrebbero dovuto finanziare la campagna elettorale di un candidato Udc alle Europee del 2004, ma non sono mai stati consegnati al politico.

La contabilità. Già prima di ascoltare il pratese Gori, gli uomini della Finanza avevano trovato nella sua auto una lunga lista di nomi e cifre, di cui fanno parte la signora Rivaux, il marito Roberto Vieri, la moglie di Brocchi, la signora Ferri e decine di altri soggetti milanesi e pratesi, compreso il promotore Avietti. Gori ha sostenuto che sono gli investitori nell'affare delle aste immobiliari. Tirando le somme, prima di andare ad arrestare Bruno Bartoli, la Finanza di Siena ha calcolato che circa cinquanta persone hanno versato complessivamente 7 milioni di euro. Secondo le Fiamme gialle, Bartoli ha versato complessivamente 3.450.000 euro su propri conti dal marzo 2004 al gennaio 2007. Gli sono stati sequestrati quasi 900.000 euro in contanti, una villa da quasi due milioni e altre due case. Sempre secondo la Finanza, i 300.000 euro della signora Ferri sono passati dal promotore Avietti a Gianni Pagliai fino a Bruno Bartoli e Stefano Gori. Nessuno ha più visto un soldo o ha saputo più niente delle aste.

Bobo furioso. Riferisce la signora Ferri nel suo esposto che in più occasioni ha chiesto al promotore finanziario Avietti che fine avessero fatto i suoi soldi, criticando anche il comportamento della (ex) amica Christiane Rivaux. E facendo arrabbiare di brutto il figlio Bobo, che il 10 luglio 2006, nello studio milanese dell'immobiliarista, le ha intimato di smetterla una volta per tutte.

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