Il dolore
Marito assolto dalla moglie e dai giudici
Prato, fu arrestato con l’accusa di aver segregato la donna in casa e di averla violentata. Condannato solo per il sequestro
PRATO. Non capita spesso di vedere seduti allo stesso banco il marito e la moglie, in Tribunale, nel processo in cui la donna accusa l'uomo di averla violentata, maltrattata, tenuta chiusa in casa per oltre un anno; accuse per le quali il marito rischia una pesante condanna.
Eppure è proprio questa la scena che si è presentata ieri pomeriggio ai giudici chiamati a decidere sulla colpevolezza o l'innocenza di Adil Kamal, il marocchino di 38 anni arrestato dalla polizia il 22 ottobre del 2012 in via Argonne a Narnali.
Da quel giorno è passato un anno e mezzo e nel frattempo la moglie, marocchina di 25 anni, ha ritrattato integralmente le accuse, è tornata a vivere col marito e ora davanti ai giudici lo accarezza, gli rimette a posto i capelli, mentre gli avvocati difensori di lui, Costanza Malerba e Federico Febbo, espongono le ragioni per cui Kamal andrebbe assolto, dopo che il pubblico ministero Lorenzo Gestri ha chiesto la condanna a sei anni e otto mesi di reclusione senza le attenuanti generiche. Intanto il figlio piccolo della coppia attende nel corridoio insieme a una parente giocando col suo iPhone.
Compito dunque molto difficile quello dei giudici, (presidente Nicotra, a latere Magi e Signorini) che alla fine hanno pronunciato una sentenza che è destinata ad alimentare il dibattito su quello che è lecito fare quando le proprie convinzioni religiose vanno contro la legge del paese dove si è scelto di vivere. Kamal è stato assolto dalle accuse più gravi, la violenza sessuale e i maltrattamenti in famiglia, mentre è stato condannato a due anni per il sequestro di persona.
Era questo il reato dal quale per l’uomo era più difficile difendersi, perché quando la mattina del 22 ottobre 2012 il dirigente delle Volanti Gianfabrizio Moschini e i suoi uomini arrivarono in via Argonne, la moglie del marocchino era effettivamente chiusa in casa.
La portarono in Questura e poi in Procura, dove di fronte al sostituto procuratore Lorenzo Gestri mise a verbale una serie di precise accuse: da oltre un anno il marito le impediva di uscire di casa da sola e in un’occasione, la settimana precedente, avrebbe preteso un rapporto sessuale contro la sua volontà. Ben sapendo che c’era il rischio che la donna subisse pressioni e ritrattasse, la Procura mise sotto controllo il telefono e ascoltò una conversazione nella quale la moglie, parlando con un’amica, disse che in sostanza che finalmente aveva raccontato la verità.
Ma poi, passate alcune settimane, durante l’incidente probatorio, ritrattò le accuse.La Procura ha sempre pensato che la donna abbia subito pressioni non solo dal marito ma anche dalla comunità dei musulmani di Prato. Il sostituto Gestri ha scoperto che la scorsa estate la donna è stata rimandata in Marocco con un biglietto emesso dall’agenzia di viaggi dell’imam della moschea di vicolo dei Gherardacci. E i rappresentanti della comunità hanno preso molto a cuore il caso (anche l’imam della moschea era presente in aula e ha seguito tutta l’udienza).
Lo scorso 11 marzo la moglie dell’imputato si è presentata in Questura dicendo che voleva fare altre dichiarazioni per scagionare il marito, ma essendo già iniziato il processo le hanno detto di andare in Tribunale. Così ha scritto una lettera in cui “assolve” il marito e l’ha depositata ieri.
Il pubblico ministero Gestri era riuscito a far mettere agli atti il primo verbale firmato dalla donna, ma evidentemente ai giudici non è bastato. Avevano davanti agli occhi una coppia che, apparentemente, va d’amore e d’accordo, e non se la sono sentita di rompere l’idillio, vero o imposto che sia. Se altre donne musulmane vorranno tentare di emanciparsi, dovranno essere un po’ più decise e avere la forza di andare fino in fondo.
Per contattare l'autore dell'articolo: p.nencioni@iltirreno.it twitter @NencioniP
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