Attenzione
Il pronto soccorso trasformato in una sala d’attesa
Prato, al nuovo ospedale anche dodici ore di attesa prima di essere ricoverati e allora si servono i pasti ai pazienti sulle barelle
PRATO. Cronache dalle corsie del pronto soccorso del “Santo Stefano”: si aspetta il responso dei medici, si cerca di sopravvivere, si mangia su una barella. In attesa che qualcosa cambi.
Già, proprio così. Pasti somministrati agli ammalati lungo i corridoi del pronto soccorso per “addolcire” la pillola della lunga attesa prima del ricovero che, in qualche caso, può protrarsi fino a 12 ore. È il quadro non proprio edificante che si delinea negli ultimi giorni al nosocomio di Galciana, ricostruito grazie a una segnalazione giunta in redazione e della quale arriva conferma dall’Asl 4.
Il picco dell’influenza e il fisiologico boom di accessi al pronto soccorso, dove in questo periodo entra un cittadino ogni tre minuti (stime dell’Asl 4), generano quella che il direttore definisce una situazione «sgradevole», con il risultato di moltiplicare il carico assistenziale per medici e infermieri. Che si fanno in quattro per attenuare il disagio in termini di privacy per i pazienti, alleviando l’attesa anche dispensando pasti ai pazienti che stazionano a lungo con la lettiga (modello cestini da viaggio).
In questa stagione comunque il meccanismo del “tappo” in emergenza è comune ad altri ospedali della Toscana solo che il pronto soccorso di Prato viaggia nell’ordine di 240 accessi al giorno (260 in questo periodo), l’affluenza più alta a livello regionale. Ultimamente dunque succede questo al “Santo Stefano”: nei locali del pronto soccorso, in una stanza utilizzata meno esposta alla luce in modo da creare meno fastidio per i pazienti, stazionano cinque-sei malati a notte in attesa del ricovero, cui si aggiunge un’altra percentuale di persone tenute sotto osservazione per poi essere dimesse.
«Oggettivamente – ammette Simone Magazzini, direttore del pronto soccorso - il fenomeno si verificava meno al “Misericordia e Dolce”. Queste condizioni non creano difficoltà nella risposta data ai cittadini in termini di salute e sicurezza ma possono diventare sgradevoli per il cittadino. Il pronto soccorso deve fare il pronto soccorso. So per certo che la direzione sanitaria sta lavorando per risolvere questi problemi e l’auspicio è che il prossimo anno situazioni del genere non si verifichino più».
Se al “Misericordia e Dolce” c’era la possibilità di aggiungere letti nei reparti in caso di emergenza, il modello dell’ospedale per intensità di cura, come ad esempio l'ospedale di Pistoia, è strutturato perché non possa entrare nemmeno un letto in più in stanza. E se uno viene “parcheggiato” al pronto soccorso per un periodo troppo lungo, soprattutto se si tratta di una persona anziana e bisognosa di farmaci più volte al giorno, si rischia di ingolfare il lavoro dell’équipe medico-infermieristica (7 medici e 11 infermieri di giorno, 3 medici e 8 infermieri di notte). Il risultato è che la macchina del pronto soccorso finisce per svolgere una funzione più sociale che sanitaria a fronte di una pianta organica invariata.
Inoltre se al “Misericordia e Dolce” il collo di bottiglia poteva essere rappresentato dalla radiologia, quello è stato superato visto che le apparecchiature per la radiodiagnostica sono ora nell’immediata disponibilità del pronto soccorso. L’ingorgo ora si crea nel passaggio dall’emergenza alla degenza. Una valvola di sfogo potrebbe risiedere nell’organizzazione del territorio con la creazione di posti letto a bassa intensità di cura (in futuro a Villa Fiorita).
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