Il Tirreno

Prato

Marijuana, smantellata la piantagione cinese

Sette orientali coltivavano 4.940 piantine in un capannone di Vaiano Traditi dagli acquisti di vasi e lampade al sodio: blitz notturno dei carabinieri

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PRATO. Avevano fatto le cose in grande i sette cinesi arrestati la scorsa notte a Vaiano dai carabinieri del Nucleo investigativo: in tre mesi hanno messo in piedi la più grande piantagione di marijuana mai scoperta in provincia di Prato, 4.940 piantine, usando un capannone industriale. Si preparavano al primo raccolto quando hanno visto sbucare dalla porta i carabinieri e hanno capito che il giochino era finito e il guadagno sfumato.

Il capannone trasformato in serra è un locale di alcune migliaia di metri quadri in via Fratelli Buricchi 21, tra la strada regionale 325 e l’argine del Bisenzio, alle porte di Vaiano. All’ingresso che dà sul piazzale si legge il nome della Siatex, un’antica azienda del meccanotessile, ma lo spazio scelto dai cinesi, sei uomini e una donna, tutti originari del Fujian, quasi tutti incensurati, era sul retro, al riparo da sguardi indiscreti. O almeno così credevano. Per essere più sicuri avevano schermato le finestre del capannone con teli scuri.

A tradirli, spiegano i carabinieri coordinati dal capitano Stefano Verlengia, sono stati gli acquisti di materiale per la coltivazione. Che cosa ci faranno mai con quelle centinaia di vasi di plastica, e con quelle 200 lampade ai vapori di sodio, si sono chiesti gli investigatori quando la voce è arrivata alle loro orecchie. Fossero almeno andati nella zona tra le Fontanelle e Castelnuovo, a Prato, dove le serre cinesi esistono da tempo, la cosa avrebbe avuto un senso, ma in Valbisenzio era una faccendo naturalmente sospetta.

Da qui è nata l’indagine del sostituto procuratore Benedetta Foti che si è conclusa la scorsa notte. Quando i carabinieri hanno fatto irruzione nel capannone i locali erano illuminati a giorno. Le lampade ai vapori di sodio, accese 12 ore su 24, stavano facendo il loro lavoro, così come i ventilatori, gli umidificatori e il concime speciale acquistato per la piantagione. L’ambiente era diviso in otto stanze, cinque delle quali già allestite, le altre tre in fase di allestimento. I carabinieri stimano che le piante più grandi siano le prime a essere state piantate. Quasi certamente i contadini cinesi non sono riusciti a terminare il loro primo ciclo di coltivazione. D’altronde il capannone era stato preso in affitto a novembre e per la fioritura della marijuana serve tempo.

E’ la prima volta che i cinesi di Prato vengono scoperti a coltivare su scala industriale piante di marijuana. Nella comunità orientale è forte il consumo di chetamina, che con la “maria” non c’entra niente, essendo derivato da un anestetico per cavalli.

La domanda a cui dovrà rispondere ora l’inchiesta del sostituto Foti è a chi fosse destinato il prodotto finale. Se cioè i cinesi avessero a disposizione anche un canale per la distribuzione o avessero preso accordi con gli spacciatori nordafricani, che hanno quasi il monopolio nel settore. Domande a cui forse risponderanno già oggi gli arrestati, nell’udienza di convalida del fermo.

«Ma una volta che riesci a produrre la droga - commenta un investigatore - qualcuno a cui venderla lo trovi sempre».

Di sicuro la fabbrica di marijuana era pronta a invadere il mercato pratese e non solo.

Paolo Nencioni

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