Il Tirreno

Prato

Il modello produttivo è ancora il vero problema

di Giuseppe Gregori
Il modello produttivo è ancora il vero problema

Si evitò il massacro sociale ma non si sono centrati tutti gli obiettivi I temi sul tappeto sono sempre gli stessi: filiera e concorrenza globale

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PRATO. Quando il lunghissimo striscione, con la scritta “Prato non deve chiudere”, sfilò lungo le strade della nostra città, cinque anni fa, sembrò a molti che fosse stato realizzato un passaggio importante per la salvaguardia e il rilancio del distretto tessile pratese.

Gli ingredienti c’erano tutti: la manifestazione era il punto finale di un lavoro molto serrato che tutte le parti sociali (in particolare i rappresentanti degli imprenditori e dei lavoratori) avevano svolto al tavolo di concertazione coordinato dalla Provincia e con la partecipazione di tutti gli Enti locali interessati; il consenso che la manifestazione ottenne fu unanime (anche se occhi allenati non poterono non notare larghi vuoti nella partecipazione popolare), come ha testimoniato anche Edoardo Nesi, in un capitolo del libro che gli valse il Premio Strega; l’effetto immagine fu fortissimo, sulle tivù locali e nazionali e su tutti gli organi di stampa. In molti pensarono, con un vecchio titolo di Primo Levi: “Se non ora, quando?”.

Gli anni passati ci dicono con grande chiarezza che nessuno degli obiettivi principali di quella grande iniziativa è stato raggiunto: non c’è stata la ripresa auspicata, né si sono invertite le tendenze generali alla contrazione dei fatturati e del numero degli addetti.

La contingenza dice che stanno migliorando i filati, ma nei tessuti il calo è spaventoso. E’ pur vero che la coesione sociale realizzata in quel momento, secondo una consolidata tradizione della storia pratese degli ultimi settant’anni, ha smussato gli effetti più drammatici delle difficoltà, evitando il massacro sociale che avrebbe potuto realizzarsi, che i finanziamenti ottenuti hanno tamponato le emergenze peggiori, e attutito i colpi più duri, ma il futuro appare ancora molto incerto, con poche prospettive. Il quinquennio appena passato ha cambiato completamente gli scenari economici, nazionali ed internazionali: credevamo di dover affrontare i problemi della globalizzazione e della diminuzione dei consumi nei paesi più avanzati e ancora non era chiaro che eravamo, invece, dentro una crisi finanziaria globale di grande portata, paragonabile solo a quella scoppiata nel 1929, una crisi che sembra in via di superamento negli Stati Uniti, ma che vede l’Europa annaspare nell’incapacità di trovare nella solidarietà e nella concretezza una via per il rilancio.

Cosa non ha funzionato per rendere quasi inefficace la grande iniziativa di Prato? A parte l’infelicità dello slogan (lo insegnano a tutti i corsi di comunicazione che non si mettono i titoli in negativo e negli stessi non si evoca ciò che si vuole evitare), era lo schema pensato che apparteneva a un’altra stagione della nostra storia.

Naturalmente, oggi possiamo dirlo perché conosciamo gli avvenimenti dell’ultimo lustro, che nessuno prevedeva: imperava ancora Berlusconi, che assicurava che tutto procedeva per il meglio, che i ristoranti erano pieni e i conti erano in ordine. Lo schema era quello tradizionale, già usato negli anni Ottanta: c’è da passare la nottata, se il Governo (o la Regione) mettono a disposizione le risorse (ammortizzatori sociali, formazione), si può intercettare la ripresa che verrà, difendendo la coesione sociale e portando in salvo gran parte della capacità produttiva. Negli anni Ottanta, il ministro Cirino Pomicino aveva messo a disposizione le risorse per i prepensionamenti e la crisi della filatura cardata era stata superata di slancio.

Il problema del 2009 è stato che non c’era nessuna ripresa dietro l’angolo, ma una crisi mondiale paurosa; non solo: il modello distrettuale del prodotto intermedio era davvero finito, inghiottito nel vortice delle nuove regole mondiali del commercio e dalla concorrenza di paesi di nuova industrializzazione.

C’era da ripensare il modello produttivo, da riscoprire il valore della qualità e del prodotto finito (allungamento della filiera): una rivoluzione culturale che, per quanto indicata chiaramente da pochi coraggiosi e da studiosi di fama, non conquistava consensi, in particolare nella compagine imprenditoriale e non fu sufficientemente incoraggiata dai Governi locali (eccezion fatta per la Regione): cinque anni dopo la questione è ancora aperta, i temi sono sul tappeto, riflettere su quanto è accaduto può dare una spinta al cambiamento. Prima ci si muove, meglio è.

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