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Cinque anni fa "Prato non deve chiudere". L'ex presidente della Provincia: srotoliamo ancora il Tricolore

di Ilenia Reali
Cinque anni fa "Prato non deve chiudere". L'ex presidente della Provincia: srotoliamo ancora il Tricolore

Massimo Logli ricorda la manifestazione e invita a presentare una nuova piattaforma di progetti per il rilancio della città

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PRATO. Era il 28 febbraio del 2009. E Prato, unita, scese nelle strade con un Tricolore lungo un chilometro. Operai e industriali sfilarono in corteo fianco a fianco per chiedere provvedimenti migliorativi degli ammortizzatori sociali e provvedimenti sul credito alle imprese. Sono passati cinque anni da quel giorno. E in mezzo c’è stata una delle crisi più spaventose che il distretto abbia mai affrontato. Tanti imprenditori che quel giorno erano in piazza hanno chiuso le loro aziende, altri dipendenti sono stati licenziati. Pochi i risultati ottenuti (oltre ai 25 milioni di euro del Governo con cui ancora oggi si finanziano linee di contributi) eppure quel 28 febbraio è ancora un ricordo emozionante per molti che non hanno dimenticato quella bandiera apparsa su tutti i telegiornali nazionali, la diretta su Anno Zero dalla Santo Stefano e l’appello per Prato arrivato direttamente dal Vaticano, durante l’Angelus. Massimo Logli era il presidente della Provincia di Prato e dall’istituzione del tavolo di distretto, di cui lui fu guida, partì tutto. Ora lavora per un’azienda che si occupa di energie alternative ma ancora si commuove se ripensa a quei giorni.

Se torna indietro con la mente di cinque anni. Cosa pensa?

«E’ passata una vita. Se ripenso a cinque anni fa mi torna in mente un periodo in cui questa città ha provato a essere punto di riferimento di un Paese, l’Italia, che ancora non aveva negli occhi, i problemi delle piccole e medie imprese non solo come valore economico ma come valore identitario».

La manifestazione “Prato non deve chiudere” portò dei risultati?

«Se guardo ai risultati che quella manifestazione ha prodotto dobbiamo prendere atto che Prato non ha chiuso ma non ha neppure rilanciato».

 

Come nacque l’idea di sfilare con un Tricolore così lungo?

«L’inizio, la vera novità, fu il tavolo di distretto. Un tavolo a cui sedevano i rappresentanti delle categorie e delle istituzioni cittadine. Superando le legittime diversità di vedute tutti si sono seduti allo stesso tavolo e si sono chiesti cosa si potesse fare per dimostrare che il Paese doveva prestare attenzione alle piccole realtà imprenditoriali perché Prato, e questo divenne una sorta di slogan, con l’insieme delle sue aziende pesava più della Fiat. Si condivise una piattaforma di proposte e poi si cominciò a pensare a iniziative eclatanti. Volevamo però fosse qualcosa di positivo e dopo qualche proposta venne fuori la manifestazione con la bandiera. Non ricordo, e non vorrei far torto a nessuno, chi ebbe l’idea: non so se fu il direttore dell’Unione industriale Gozzi o il segretario della Cgil Marigolli».

Quale fu l’emozione più grande?

«La cosa più bella fu vedere gli industriali, la sera prima della manifestazione, affacciati alle finestre della Cgil in piazza Mercatale per guardare se andava bene l’allestimento della piazza dove con alcune casse era stato scritto “Prato non deve chiudere” e dove poi si srotolò la bandiera, il Tricolore fu scelto perché il tessile rappresentava l’Italia proprio, ripeto, come la Fiat. Sapevamo che l’iniziativa avrebbe colpito l’opinione pubblica ma non immaginavamo che il Papa ci citasse all’Angelus. Era un’idea totalmente nuova soprattutto perché eravamo molto uniti. C’era un clima incredibile. La piattaforma dei progetti su ammortizzatori sociali e incentivi alle aziende fu votata all’unanimità. E il vescovo la sera prima organizzò addirittura una veglia. Monsignor Gastone Simoni si spese molto per questa iniziativa. L’aspetto emotivo fu la parte più bella. Ci furono tante realtà che poi provarono a imitarci organizzando manifestazioni analoghe ma che non hanno avuto lo stesso effetto. Noi dobbiamo riconoscere che tra i tanti tavoli di lavoro inutili che si fanno, quello funzionò bene».

Anche oggi si parla di ritornare a ripensare insieme progetti di sviluppo.

«Servirebbe anche oggi un tavolo capace di restituire a Prato la voglia di lottare per la propria identità. Quello spirito si è perso. La crisi che è andata avanti ha riportato tutti a discutere e affrontare i problemi non con uno sguardo di insieme ma lavorando sul particolare. Si è perso l’orgoglio di essere un’avanguardia imprenditoriale. E’ prevalsa l’idea che contassero più le relazioni politiche che la forza della proposta».

Srotolerebbe oggi di nuovo la bandiera.

«E’ proprio ora che la bandiera andrebbe srotolata. Ora che in Italia c’è la consapevolezza che la piccola e media impresa è importante per riuscire a costruire una piattaforma con nuove idee e progetti per il rilancio (su energie, subfornitura, internazionalizzazione) e poi farla conoscere all’esterno sarebbe utilissimo. Servirebbe davvero molto ricominciare a progettare un futuro comune perché o Prato ricomincia a pensarsi come una cosa sola oppure non avrà futuro. Credo che a partire dovrebbero essere, come è sempre stato, le istituzioni locali. Intendiamoci però non sono favorevole alle “ammucchiate” chiunque ci sia. Credo però che siamo troppo piccoli per non stare uniti. E fondamentale sarebbe porre l’attenzione su questioni nuove, senza strumentalizzazioni ma con un lavoro vero concreto».

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