Il Tirreno

Prato

Vi racconto il Bronx a due passi dal Duomo

di Maria Lardara
Vi racconto il Bronx a due passi dal Duomo

Bruno Rosi gestisce da più di trent’anni il Bar Andrei e ha visto passare generazioni di tossicodipendenti: «Non li posso cacciare dal marciapiede»

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PRATO. Ci sono luoghi che si fanno una cattiva fama nel tempo. Luoghi che trent’anni fa erano frequentati da certe persone e che, trent’anni dopo, attirano sempre le stesse. Via Pier Cironi, e la maledizione della droga.

«Siamo chiari, quella c’è sempre stata». Bruno Rosi del bar Andrei di via Magnolfi incarna la memoria storica di quella strada. Dopo l’accoltellamento fra cittadini di origine nigeriana avvenuto domenica pomeriggio, insomma, non si scopre l’acqua calda. Come non esiste la bacchetta magica per far sparire tutti gli spacciatori e drogati della zona. Bruno lo sa: in trent’anni ne ha viste di tutti i colori, in quel bar storico che ha visto persino le bombe perché fu lo zio Emilio Andrei a fondarlo nel primo dopoguerra.

«Era il 1978, ricordo le facce dei due spacciatori di allora: vendevano morfina e gravitavano puntualmente in zona. A distanza di tanti anni, la situazione è peggiorata. S'è andata aggravando negli ultimi mesi. A vedere tutti questi ragazzi così giovani che stazionano sulla strada per la droga mi piange il cuore: potrebbero essere i miei figli».

C’è un mondo che Bruno vede tutti i giorni sfilare al di qua del suo bancone, una realtà in cui disagio ed emarginazione sociale si toccano con mano. «Qualche mese è venuta la mamma di una ragazzina. Mi chiedeva se per caso fosse entrata nel bar, disperata perché la figlia aveva iniziato a drogarsi e non riusciva a toglierla dalla strada». C’è tutta una filiera degli stupefacenti che vive dentro il triangolo via Pier Cironi, via San Giorgio e via Santa Margherita: una babele di nazionalità diverse (italiani, nigeriani, marocchini, pachistani) alle prese con situazioni di marginalità il cui comune denominatore è dato dallo spaccio e del consumo di droga.

Un cancro che ha radici lontane. «Ricordo quando all’epoca della giunta Romagnoli partecipai a una riunione in via dell’Accademia, nella sede del quartiere. C’erano tre assessori, dissi loro che i marocchini avevano iniziato a spacciare in via Pier Cironi. Mi sentii dare di razzista per aver detto la verità. Per me non è mai stata una questione etnica. Se uno spaccia è un delinquente. Punto». La quotidianità del lavoro di barista in quello che sembra essere diventato il Bronx a due passi dal Duomo è messa a dura prova. E pensare che il bar Andrei è anche una storica pasticceria: le pesche di Prato vengono preparate una ricetta antica, tramandata di generazioni in generazioni.

«Ecco, il mio bar non viene mai rammentato per la sua storia ma sempre abbinato a episodi di cronaca nera. In fondo, apriamo alle 3 di notte e chiudiamo alle 23. In questa zona diamo un servizio. Cosa posso fare se nel bar entrano anche spacciatori e drogati? Se stazionano fuori dal bar, mica posso cacciarli. Il marciapiede è del Comune, non mio». C’è una dose massiccia di sdegno nelle parole di Bruno che in via Pier Cironi ci abita da una vita, oltre a lavorarci.

L’idea di tirare giù il bandone per sempre lo ha accarezzato più volte. Il fondo è di proprietà, ci rimetterebbero solo i quattro dipendenti che lì lavorano. «Prima si vedeva un ubriaco una volta ogni tanto. Ora se ne vedono molti di più, soprattutto di sera quando chiude il bar. Si lavora con il mal di stomaco, sempre con gli occhi aperti. E con la paura: molti di questi ragazzi che si drogano entrano per chiedere di scambiare i soldi. E se non ce l’hai, spesso ti trattano in malo modo. Che dire? Per tanti anni abbiamo combattuto in prima linea ma siamo con le armi spuntate».

Fino a novembre il titolare del bar Andrei è stato presidente del sindacato dei tabaccai in seno a Confcommercio: ha più volte fatto presente al questore i problemi della zona. «Servirebbe una postazione fissa di carabinieri e poliziotti in cima alla strada. Quindici anni fa ne fu posizionata una in piazza Duomo, all’ombra della statua del Mazzoni. Non servì a nulla e la musica, come si può vedere, non è mai cambiata».

©RIPRODUZIONE RISERVATA

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