Il dolore
Sei morti all'obitorio da quasi tre mesi
Prato, la surreale vicenda di sei delle sette vittime dell’incendio alla Teresa Moda: i familiari non danno il via libera ai funerali
PRATO. Erano fantasmi in vita e lo sono anche nella morte. Sono passati 83 giorni, quasi tre mesi, dal rogo della Teresa Moda nel quale lo scorso 1° dicembre sono rimasti uccisi sette operai cinesi in via Toscana, e ancora le salme non hanno trovato una degna sepoltura.
I corpi, o quello che ne resta, sono fermi all’obitorio, in attesa che i parenti diano il via libera alla cremazione. Solo uno di loro, Dong Wenqiu, ha ricevuto l’ultimo saluto, lo scorso 13 gennaio, ma solo perché alla moglie scadeva il visto e aveva bisogno di rientrare in Cina.
I parenti degli altri sei, accampati in un pronto moda di via Val d’Aosta, tengono duro. Vogliono essere risarciti, e fino a quando non vedranno i soldi sembra non abbiano intenzione di dare l’ok ai funerali. Il via libera della Procura, terminati i rilievi tecnici legati all’inchiesta per disastro colposo nella quale sono indagati due italiani e quattro cinesi, è già arrivato da tempo, ma senza quello dei familiari anche la Pubblica Assistenza, che curerà la cerimonia, ha le mani legate.
Nelle ultime settimane ci sono stati diversi contatti tra l’associazione e l’avvocato che assiste i cinesi, senza risultati concreti. Sondaggi sono stati fatti anche con la Regione, ma al momento l’idea lanciata a fine gennaio dal presidente Enrico Rossi di concedere un contributo ai parenti dei sette cinesi morti, attingendo da un fondo di solidarietà per le vittime degli incidenti sul lavoro, non sembra essersi concretizzata. In sostanza non se n’è saputo più nulla.
Una vicenda surreale, che è già un caso. Spenti i riflettori sulla tragedia che per qualche giorno aveva conquistato la ribalta dei mezzi d’informazione, in questa storia si misura forse la differenza che ancora separa le due culture, quella occidentale e quella cinese. Gli orientali vogliono giustizia e pretendono di essere risarciti (probabilmente le due cose si sovrappongono nella loro concezione) senza tener conto dei tempi della giustizia, che non sono di settimane e nemmeno di mesi, e della possibilità concreta di ottenere un ristoro economico (la titolare formale dell’azienda bruciata è sparita).
Nel frattempo alcuni dei parenti, quelli venuti dalla Cina, rischiano di diventare fantasmi alla stessa maniera dei morti che sono venuti a piangere, perché il visto d’ingresso in Italia è destinato a scadere. Ma forse l’hanno messo in conto: nei primi giorni dopo la tragedia qualcuno di loro disse che avrebbe voluto restare in Italia, prendere il posto di quelli che erano morti. Anche questa forse per loro sarebbe una forma di risarcimento.
Paolo Nencioni
©RIPRODUZIONE RISERVATA
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