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Prato

Italiani e cinesi, quanto è difficile comprendersi

Italiani e cinesi, quanto è difficile comprendersi

Cristina Pezzoli e Yang Shi raccontano come è nato lo spettacolo che va in scena stasera al Museo del Tessuto: la lunga e faticosa strada verso l’integrazione

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PRATO. Al Museo del Tessuto stasera va in scena Tong Men-g, lo spettacolo diretto da Cristina Pezzoli e interpretato daYang Shi. Ne parlamo coi protagonisti.

Come nasce lo spettacolo e con quali aspirazioni?

Cristina: «La gestazione di questo spettacolo è stata lunghissima: Yang voleva raccontare il conflitto italo-cinese a Prato e la difficoltà che ci sono per un ragazzo come lui nato in Cina ma cresciuto in Italia, nel trovarsi in mezzo a due culture che tendono a non dialogare, a non conoscersi o addirittura a scontrarsi, specialmente a Prato. Io l'ho invitato a fare prima una ricognizione della sua identità, a cercare attraverso il racconto di questa storia a mettere ordine dentro il caos di un'identità fragile, come mi pare spesso sia quella dei ragazzi che devono fare i "pendolari" tra due culture. Le appartenenze multiple tendono a costruire negli individui architetture interiori piuttosto contrastanti tra loro».

Qual è la scena che avete più a cuore e perché?

Cristina: «Il finale, ma non lo posso svelare: sarebbe come dire l'assassino a chi deve ancora vedere il film. A pari merito, la scena chiamata "Arlecchino traduttore/traditore di due padroni": una scena tragicomica in cui Yang fa da traduttore a due interlocutori, uno cinese, l'altro italiano, che si accusano e si insultano reciprocamente, ma che senza il traduttore, non potrebbero neanche capire di cosa l'altro li stia accusando. Le battute di questa scena sono state prese dai veri post dei blog di Prato (italiani e cinesi) e da ciò che abbiamo sentito dire per strada o nei nostri incontri di "Sono qui perché" quando cinesi e italiani litigavano».

Yang: «La scena che preferisco oltre al finale è la prima scena perché è l'inizio di Tong men-g, perché nel 2009 ho chiesto a Cristina di aiutarmi a raccontare tutto questo conflitto che vediamo qua, che è un crocevia di un lavoro basato sull'ascolto dei cinesi e dei pratesi. Il contenuto della prima scena viene dall'ascolto della città di questi anni. Non è roba nostra, è roba della città».

Quali difficoltà ci sono state nella produzione di questo spettacolo in termini economici?

Cristina: «Le stesse difficoltà di tutte le produzioni indipendenti: pochi soldi, autoriduzione dei compensi da parte dei collaboratori artistici e tecnici, molto volontariato da parte di amici e sostenitori per l'organizzazione. Il doversi occupare di tutto, oltre alle otto ore di prove artistiche giornaliere. Le difficoltà produttive date dall'esiguità dei mezzi economici impongono uno slalom continuo e faticoso tra lavoro artistico e tutto il resto. Per Tong Men-g abbiamo avuto dalla Provincia un piccolo ma importante contributo economico che ci ha aiutato a portare in fondo la produzione dello spettacolo».

Quali difficoltà in termini artistici invece?

Cristina: «Tong Men-g è un esperimento: è il primo spettacolo prodotto in Italia con protagonista un attore di origine cinese che recita lo spettacolo in doppia lingua. Non ci sono sottotitoli perché Yang è in grado di alternare senza soluzione di continuità le due lingue. La prima difficoltà dunque è un mostruoso ma affascinante sforzo di memoria per Yang. Non so quanti altri artisti sarebbero in grado di fare quello che lui fa: questo fa parte dell'unicità di Yang e della sua straordinaria competenza bi-linguistica. La seconda difficoltà è mantenere un'intermittenza frequente tra le due lingue per non far perdere a nessuno dei due pubblici il filo del discorso e per evitare che la parte "ripetuta" ( a volte è il cinese, a volte l'italiano, a seconda dei pezzi) non risulti faticosa per quella parte di pubblico che in quel momento è esclusa dalla comprensione. Anche al pubblico in Tong Men-g è richiesto un lavoro di qualità di ascolto non consueta: un continuo passaggio tra noto e ignoto, capisco/non capisco, ma questo fa parte della natura della forma scelta e della ricerca che abbiamo condotto: per Yang sarebbe stato assolutamente meno faticoso fare una sera lo spettacolo tutto in italiano, la sera dopo tutto in cinese. Ma nella linea di lavoro che il Compost porta avanti da anni a Prato, l'idea è di mischiare le due comunità e farle assistere insieme ad un unico racconto che possa essere compreso da entrambe. Questo ha per noi un significato sociale e politico. La terza difficoltà è costituita dalla percezione non sempre simmetrica di situazioni parole e concetti che richiede a volte la serena accettazione di una "tara" che si sconta nel passaggio dall'una all'altra lingua, o di qualche piccolo tradimento o perdita: l'inevitabile "lost in traslation" . Ma complessivamente direi che lo spettacolo vive proprio della sua "doppiezza"".

Yang: «Essendo un lavoro autobiografico, è stato difficile riuscire a catalogare le parti in modo metodico, ma anche federe e approfondito, e io purtroppo non mi sento ancora di aver fatto bene. Ho avviato il motore, ma nel percorso ho delegato molto a Cristina. Soprattutto la parte riguardante i miei antenati, ore e ore di sbobinature delle interviste in dialetto, chiamate in caso di dubbi, trascrivere in cinese, tradurlo in italiano. Il tutto senza perdere la concentrazione a causa dei fatti esterni, visto che noi come Compost siamo continuamente sollecitati a fare dei lavori qui a Prato che non sono artistici e questo fa soffrire. Difficile è stato il percorso attoriale che mi ha messo di fronte a verità dentro di me anche scomode, che mi hanno obbligato a tirar fuori il coraggio e il bisogno di sentirmi libero di pensare e di elaborare tutto ciò. Un'altra difficoltà è stata assumere pacificamente le ragioni dei miei cari, padri o nonni o bisnonno che siano, femmine o maschi, senza giudicarli moralmente con gli occhi moderni di un cinese che non è più cinese o di un italiano che è diverso dalla maggioranza degli italiani.

Malia Zheng

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