Lutto
Dentro la confezione cinese che fa il “made in Italy” a un euro
Una notte con l’assessore Milone impegnato in un controllo della polizia municipale a due aziende di via Rossini: 16 dipendenti, solo uno in regola
PRATO. Tremano ancora le macchine da cucire. Non hanno avuto il tempo di quietarsi. Le sedie, però, sono vuote. I vigili urbani fanno irruzione in un’azienda di via Pistoiese che si sforza di apparire fantasma. Merito dell’allarme: le telecamere a circuito chiuso. Puntano l’esterno, segnalano chi si avvicina. La via di fuga silenziosa, in mezzo al poliestere. Non mercoledì notte. Gli agenti sono piazzati sul retro. Dalla corte interna, da via Rossini recuperano i lavoratori. Uno dopo l’altro - 24, due clandestini - li riportano dentro. Nel capannone. Una volta, forse, un orditoio, l’orgoglio del tessile pratese. Oggi una ditta di confezione a cottimo di Chinatown. Ormai senza più storia: impresa chiusa; immobile sequestrato.
Un’altra operazione nel distretto parallelo del tessile che fra il 2006 e il 2010 da Prato ha mandato in Cina 1,5 miliardi di euro. E che avrebbe un tasso di illegalità dell’80%, denuncia l’assessore alla sicurezza e alla polizia municipale del Comune di Prato, Aldo Milone. Lo sceriffo di Chinatown firma perfino l’esposto a Bankitalia contro le banche locali che avrebbero concesso mutui per l’ acquisto di immobili a cinesi con redditi personali di poche migliaia di euro l’anno. La Banca d’Italia contesta le cifre, Milone insiste. E nel frattempo in un anno controlla 450 aziende. L’ultima l’altra notte.
Le telecamere anti-blitz. L’ingresso non si rivela facile. I vigili si accorgono di due telecamere esterne. Provano a neutralizzarle. Usano un bastone lungo che sposta il fuoco. Si riprende la strada, ma da un’altra angolazione. La canna arriva solo a una. Chi è dentro, quindi, guadagna qualche minuto. Solo quello.
L’irruzione scatta. Nel capannone gli agenti trovano una ditta simile ai pronto moda della zona industriale. Simile alla ditta del rogo mortale di dicembre, anche se qui siamo vicini al centro storico. L’ingresso è poco illuminato. Ma non nasconde che la struttura è separata da un divisorio di cartongesso. Due porte, due sistemi di telecamere, due ditte: Rao e “Confezione 1”. Nomi diversi, produzione identica. Si lavora per committenti - spiega Milone - che pagano da 50 centesimi a 1 euro a capo. E si lavora soprattutto di notte. Una donna, infatti, scappa con il pigiama rosa e le ciabatte in tinta. Un operaio fa giusto in tempo a mettersi sopra una vestaglia. In un ufficio, trasformato in una camera, il computer è stato bloccato sull’immagine di un attore. Sembra un film in cinese. È la stanza di uno dei capi, se questo vuol dire qualche cosa «visto che i titolari durante le ispezioni risultano sempre in Cina».
Dormitori e cucine. Qualcosa vuol dire. Una sistemazione migliore. Gli operai dormono dentro cubicoli di cartongesso. Alcuni ricavati su soppalchi instabili, sotto il tetto. Le porte hanno i lucchetti, ma non c’è stato tempo di chiuderli. Neanche per proteggere le cose: i computer portatili o le mele nei sacchetti a fianco ai materassi. Per garantirsi la fuga, anche le due cucine - ogni ditta ha i propri dormitori e la propria “mensa” - sono rimaste con il cibo in tavola o sui fornelli: i noodles nel wok, l’acqua bollente in una pentola, gamberi, pancetta sulla tavola. E tante lattine di birra. «Le abbiamo aperte per festeggiare con gli ospiti», dicono i cinesi ai carabinieri dell’Ispettorato del lavoro quando iniziano i colloqui. Uno per volta. C’è da venire a capo del ruolo delle 24 persone trovate di notte nell’azienda. Dopo un paio di ore di lavoro, fianco a fianco con polizia municipale, dipartimento della prevenzione dell’Asl e Inps, il quadro si comincia a delineare: nella confezione Rao, su 8 lavoratori 2 sono clandestini e 3 a nero; nella Confezione 1 vengono registrate 16 persone, una sola dipendente in regola, 5 a nero e altri che si dichiarano ospiti. Le macchine da cucire che “tremano”, però, sono più di 6. Per terra i mucchi di pezze tagliate da cucire - pantaloni in poliestere bianco, rosa, verde acqua, nero - sono tanti. «Li stiamo sequestrando - dicono i vigili - magari i committenti si faranno vivi per riaverli e scopriremo chi sono». Ma non ci crede nessuno.
Salari da 0 a 500 euro. Gli operai non lo dicono. Forse non lo sanno davvero chi dà il lavoro. Rivelano solo quante ore lavoro, quanto vengono pagati: da 5 a 10 ore al giorno, spesso di notte. «Il salario? Da 0 a 500 euro al mese, vitto e alloggio compreso. Qualcuno non ha ancora riscosso nulla». Il lavoro non ha ancora coperto le spese di sistemazione nella fabbrica-condominio dove dal soffitto di mattoni crudi penzolano i teli colorati. Proteggono gli operai dalla polvere del cotto. Ma soprattutto le macchine da cucire, il bene più prezioso dell’azienda. Ora sono sotto sequestro, rivelano le fascette rosse. Molte corrispondono alle norme di sicurezza. Anche se il problema più serio - rileva l’Asl - sono gli impianti non a norma: antincendio, elettrico. E le bombole del gas. Quando viene disposto il sequestro dell’immobile, ne vengono portate via cinque. «Qui poteva succedere lo stesso che al Macrolotto».
Sfruttamento dei clandestini. A norma sembra che non ci sia nulla. Ai titolari irreperibili viene contestato di tutto. Dallo sfruttamento di manodopera clandestina, al lavoro nero, all’evasione di contributi. Perfino l’abuso edilizio per i dormitori-loculi. L’immobile finisce sotto sequestro. Ma ai cinesi non importa. Tanto i proprietari sono italiani. Una signora di Prato che arriva in via Pistoiese verso le undici, senza contratto di affitto. Nella concitazione non è riuscita a trovarlo. Ma lo rintraccerà, è sicura. Poi demolirà tutto, rimetterà l’immobile a norma. Lo promette mentre i cinesi lasciano la fabbrica, con tutta la roba nei sacchetti. Fuori alcune auto ad aspettarli. Mentre venivano sentiti, mostravano passaporti già telefonavano e si organizzavano. Per loro la Rao e la Confezioni 1 già non esistono più. Stasera ci sarà già un altro impiego. O forse domani. Nella fabbrica restano le stoffe «tutte di importazione, che nemmeno la Cina rivuole, perché sono illegali», le macchine che non tremano più. E, in una bacinella, il lungo rotolo di etichette per le confezioni a un euro. Made in Italy.
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