Il Tirreno

Prato

Fratelli in guerra per l’eredità da 22 anni

di Paolo Nencioni
Fratelli in guerra per l’eredità da 22 anni

Prato, in ballo quote societarie per oltre due milioni di euro. Solo ora il giudice dà ragione a Nicla Vannucchi e torto a Roberto

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PRATO. Da 22 anni la signora Nicla Vannucchi non vede il fratello Roberto. Lui le parla solo al telefono. Da 22 anni la signora Nicla tenta di rientrare in possesso di una quota milionaria di eredità che numerosi gradi di giudizio dicono le spetti e solo negli ultimi giorni, grazie a un'iniziativa del suo avvocato Manuele Ciappi, è riuscita a ottenere qualcosa di concreto, il sequestro preventivo delle quote societarie che il nipote Alessandro, figlio di Roberto, aveva intestato al figlio di appena due anni, per sottrarle, dicono i giudici, alle pretese della zia. Quote di due società immobiliari, la Pettinatura Antonia e la Immobiliare Comvend, che detengono tra gli altri l'edificio che ospita il Keller Platz in via Migliorati, diversi appartamenti in via Ariosto, ma soprattutto l'azienda agricola Fattoria di Valmora, valutata 30 milioni di euro, e il villaggio turistico della Venta Club di Pian de' Mucini, valutato 50 milioni, entrambi nei pressi di Massa Marittima. In ballo, quanto all'eredità, ci sono 837.000 euro, da rivalutare rispetto al 1992, dunque una cifra compresa tra i due e i tre milioni di euro.

Ma la storia merita di essere raccontata dall'inizio, perché contiene due aspetti rilevanti, anche se non inediti. Il primo è l'esasperante lentezza della giustizia civile. Il secondo sono le vette a cui può arrivare la litigiosità tra due fratelli quando si tratta di soldi.

La storia inizia il 18 maggio 1992. Quel giorno muore Amelio Vannucchi, imprenditore molto conosciuto a Prato, titolare della Pettinatura Antonia e dell'Immobiliare Comvend. Amelio ha due figli, Roberto e Nicla, oggi di 77 e 70 anni. All'apertura del testamento, Nicla scopre che nel giugno del 1991 Roberto ha portato il padre dal notaio Balestri e, oltre al testamento in cui gli lascia la gran parte dell'eredità, gli ha fatto firmare una procura speciale al figlio Alessandro a operare sulle società. Il problema è, sostiene Nicla, che dall'88 il padre è affetto da una sindrome demenziale, non è più in sé, e la donna sospetta che gli abbiano fatto firmare carte di cui non capiva il senso. Per questo fa causa al fratello Roberto e rivendica l'eredità. E' l'inizio di un calvario giuridico.

Una consulenza tecnica d'ufficio redatta dai professori Marchi e Barontini stabilisce che Amelio Vannucchi era affetto da una grave infermità mentale dal maggio dell'88, era stato trovato a bucare le gomme delle auto in sosta, era in una condizione analoga a quella che porta all'interdizione. Sembra tutto risolto, ma così non è. In giudizio viene portata anche Simona, altra figlia di Roberto, a cui sono state intestate quote societarie. Ma bisognerà aspettare fino al 3 aprile 2004, un'eternità di 12 anni, per arrivare alla sentenza civile di primo grado che dà ragione a Nicla Vannucchi. La sentenza annulla le procure speciali e il testamento e ordina di reintegrare l'asse ereditario. Per l'appello servono altri due anni: il 17 gennaio 2006 il giudice conferma che Simona e Alessandro Vannucchi devono risarcire la zia Nicla. Ma c'è ancora la Cassazione e passano altri tre anni: il 12 maggio 2009 la suprema corte stabilisce che ognuno dei nipoti restituisca la sua parte e rinvia all'appello, che sembra mettere la parola fine il 24 aprile del 2012. Sono passati quasi 20 anni dalla prima causa, ma non sono finite le sorprese.

A settembre del 2012 Nicla Vannucchi scopre che il nipote Alessandro, figlio di Roberto, giocando d'anticipo, ha intestato le sue quote della Pettinatura Antonia e dell'Immobiliare Comvend a un soggetto che non si è nemmeno reso conto del regalo che gli stavano facendo: il figlio Lapo di appena due anni. I genitori hanno chiesto la nomina di un curatore speciale, che altri non è se non la sorella di Alessandro, Simona Vannucchi. La zia Nicla potrebbe cautelarsi, ma l'avvocato Ciappi la avverte che un'azione revocatoria sulle quote societarie non è trascrivibile, e dunque un compratore terzo potrebbe far valere la buona fede. Ecco perché scatta la richiesta del sequestro penale da parte del sostituto procuratore Giuseppe Ledda, nel procedimento in cui Alessandro e Simona Vannucchi sono indagati per la mancata esecuzione dolosa di un provvedimento del giudice.

La battaglia giudiziaria si fa se possibile ancora più aspra. I nipoti di Nicla Vannucchi, assistiti da Alberto Rocca, segnano un punto davanti al gip Silvia Isidori, che respinge la richiesta di sequestro preventivo, ma il pm Laura Canovai fa appello al Tribunale del riesame e lo scorso 24 gennaio arriva l'ordinanza che dà torto al gip e ragione a Nicla Vannucchi, disponendo il sequestro delle quote societarie. Per la prima volta la signora Vannucchi ottiene un risultato concreto e quei beni non potranno essere venduti. Questo non significa incassare la quota dell'eredità: per la sentenza sull'azione revocatoria bisognerà attendere il 2015, ma è già qualcosa.

«Finalmente sono un po' più tranquilla, dopo 22 anni mi sembra giusto - commenta Nicla Vannucchi - Finora mi ridevano dietro ma ora non lo faranno più. I soldi? Non mi importa più di tanto, quelli sono per i miei figli, io ho 70 anni, in questa cosa ci ho rimesso metà della vita, ma almeno ho fatto giustizia anche per i miei genitori».

Per contattare l'autore dell'articolo: p.nencioni@iltirreno.it

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